




Non so per quanto tempo resisterà ma io qui dentro mi ci trovo davvero bene. Ci intendiamo, come una coppia di lunga data, dove si sorride alle manie ed alle debolezze dell'altro e nel silenzio di uno sguardo si trova il giusto incoraggiamento.
Durante i lavori di ristrutturazione ho pensato di sostituire le vecchie piastrelle con della lavagna, sulla quale poter scrivere con gessetti colorati ispirazioni, soluzioni, correzioni, ricette e magari qualche messaggio (come i "ti voglio bene" post muffin di Edoardo!).
A fianco alla cucina vera e propria c'è una dispensa, allestita ispirandomi a quelle professionali che ho visto in vari ristoranti: con il blocco frigo, l'abbattitore, le mensole a modulo ed i contenitori trasparenti. Appena fuori, nella taverna vera e propria librerie ovunque (come in tutta la casa, effettivamente), piene anzi stracolme di libri e tavolini (e contenitori) ricolmi di giornali, appunti, fogli strappati, post-it e matite sempre a disposizione, per le ispirazioni notturne! Ovviamente non solo culinarie.
Il ciliegio sta mostrando qualche segno di sofferenza, come la mia schiena con le sue ernie: siamo cresciute insieme e sarebbe bello anche invecchiare in compagnia l'una dell'altra, tra pentoloni pesanti (con buona pace di Oldani), padelle fracassone ed algidi sifoni.
Grazie ancora Sarah e benvenuti a tutti voi.
P.S: Ho ricevuto qualche tirata d'orecchie per il fatto di non aver pubblicato le foto della cucina "verde": è giusto. E quindi ho cercato di rimediare!
Buongiorno a tutti! Un venerdì un po' uggioso propedeutico alla riflessione: Iolanda transgenica o patata furiosa? Se ne parla a Cibvs.
E voi, come la pensate? ;-)
Bando alla facile ironia: non si tratta di un post dedicato a come mi vedo nello specchio al risveglio…..basta ridere lì in fondo! Soprattutto questa mattina, con i postumi di 19 ore di lavoro consecutive, ovviamente trascorse in cucina, per preparare “qualcosina” per la festa di laurea di due amici di Enrica, Paolo e Giovanni. E' davvero bello vedere ragazze e ragazzi ridere e scherzare a tavola!
Domenica scorsa, quale giornata riassuntiva di una serie di festeggiamenti, un po’ di parenti si sono riuniti a casa mia ed Erika, che non manca certo di inventiva, mi ha regalato questo fantastico mazzo di fiori, formato da ginestre bianche e carciofi. Una composizione bellissima!
Nel significato dei fiori le genziane indicano luminosità, ordine e pulizia che è in effetti ciò che mi aspetta nei prossimi giorni: la sistemazione del giardino! Per cui con le genziane mi sono ornata i capelli mentre con i carciofi ho ornato un piatto, insegnatomi dal mio maestro Carlo , Ragu’ di carciofi ed agnello.
Ingredienti
4 carciofi (ho usato queste fantastiche mammole), 600 gr di agnello (ne avevo di scozzese fresco), una cipolla grande, un po’ di vino bianco, timo fresco, un limone, olio evo, sale e pepe macinati al momento.
Preparazione
Mondare i carciofi delle foglie esterne, tagliare ulteriormente tutto attorno, asportare la barba centrale, accorciare i gambi (senza toglierli dalla base): mettere l’ortaggio così pulito in una ciotola riempita d’acqua fredda acidulata con il succo di un limone.
Tagliare la carne di agnello in piccola dadolada e mettere da parte.
Mondare il timo e tritarlo. Tagliare finemente la cipolla.
Scolare i carciofi, tagliarli a metà nel senso della lunghezza e finemente in modo che ogni singolo spicchio abbia la medesima composizione, ovvero dalla punta al gambo.
Rosolare dolcemente la cipolla, unire i carciofi e sfumare con un po’ di vino bianco secco, dopo qualche minuto aggiungere la dadolada di carne e regolare di sale e, se gradito, aggiungere un po’ di pepe nero lungo macinato al momento.
Pochi minuti prima della cottura (l’agnello non va cotto molto) unire il trito di timo: ho condito delle tagliatelle fresche paglia e fieno (spadellandole nella medesima padella di cottura del ragù) che mi avevano regalato e vi assicuro che anche cromaticamente l’effetto era davvero molto primaverile (ma come mi accade quasi sempre per la pasta le foto non mi riescono molto bene).
E’ stato un piacere ricevere l’invito de La Cucina Italiana a partecipare al loro nuovo contest, quello dedicato ad un classico della cucina nazionale, ovvero il Tiramisù.
Se è vero che in rete alla voce tiramisù esistono oltre quattro milioni di ricette/link è anche vero che ognuno di noi ha la propria, sicuramente la migliore!
Così io ho deciso di postare la mia, nata come piccola alternativa al dolce per un pranzo in onore dei nonni della comunità, quelli un po’ più soli e con limitata deambulazione: doveva essere un dolce goloso, morbido e porzionabile senza problemi visto che si doveva…portare a domicilio!
Tiramisù take away dei “Due Vecchi”
Ingredienti (per una decina di bicchierini da circa 200cc)
600 gr di mascarpone, 6 uova (in questo caso e' stato usato il corrispettivo di 6 uova ma suddiviso in tuorli ed albumi pastorizzati, per garantire maggiori garanzie di freschezza), 150 gr di zucchero zefiro, caffè Illy, Cacao Venchi “Due Vecchi”, qualche cucchiaio di Chocaviar al 75%, un bicchierino di Barolo Chinato, Savoiardi Vincenzi.
Procedimento
Montare gli albumi e mettere da parte, montare i tuorli con lo zucchero fino a schiarirli, unire il mascarpone e per finire gli albumi, prima una metà e poi la successiva, con movimenti dall’alto verso il basso aiutandosi con una spatola.
Preparare del buon caffè con il pressofiltro, versarlo in una ciotola, dove verranno inumiditi i savoiardi, unendo il vino.
Procedere come al solito, partendo da un po’ di crema, i savoiardi, qualche goccia di chocaviar fino al completamento del bicchierino che verrà decorato con un po’ di cacao in polvere.
I nonni lo gradirono molto e per i giovani che si occuparono di consegnare loro il pranzo della domenica, fermandosi poi a mangiare insieme, si è trattata di un’esperienza davvero molto gratificante.
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La primavera astronomica giunge regolarmente, da quando esiste la precessione degli equinozi, il primo marzo. Quella “ufficiale” il 21 marzo e quella metereologica …….. quando le garba: nella stessa settimana il giardino è stato sferzato da una tempesta (martedì e mercoledì spalavo neve) e la domenica (con la luna nuova) ho potato le ortensie, già ricoperte di gemme verdi e rigogliose.
Marzo pazzerello e meravigliosamente anarchico, come il mio vizio di inventare di sana pianta piatti ed accostamenti o provare, e successivamente modificare, le ricette dei grandi cuochi e pasticceri… ma non lo facciamo un po’ tutti?:-)
E siccome quest’anno la tanto agognata primavera giunge, sempre sulla carta, di domenica, tutti a casa della cuoca a festeggiarne il compleanno e, con l’occasione, la festa dei papà e l’anniversario del fidanzamento dei genitori (**+sono nata 7 anni giusti dopo!).
Un’invasione, quest’anno, che al giardino, già completamente devastato da un lunghissimo inverno, non potrà nuocere più di tanto…. , neppure con i Gemelli, Edoardo, Lucky ed il pallone….

Un menù profumato e colorato e per finire un dolce davvero strepitoso (grazie Cuoco nero!) ovvero la Crostata di confettura con "morbidezzza" alle mandorle .

Ingredienti
Per la pasta frolla: 300 gr di farina 00, 150 gr di zucchero zefiro, 150 gr di burro morbido, 1 uovo ed 1 tuorlo, un pizzico di sale, la scorza grattugiata di un limone piccolo e non trattato.
Per la crema pasticcera: 4 tuorli, 500 gr di latte crudo, 120 gr di zucchero, 40 gr di farina, una stecca di vaniglia.
Per la copertura soffice alle mandorle: 100 gr di burro chiarificato, 2 tuorli e 4 albumi, 70 gr di mandorle tritate, 90 gr di zucchero zefiro, 70 gr di pane grattugiato tostato.
Un po' di marmellata a piacere, aspra, altrimenti risulterebbe un po' troppo stucchevole (quella che ho usato questa volta è stata arance amare con un pizzico di zenzero).
Procedimento
Preparare la frolla come di consueto, lasciarla riposare a palla coperta con la pellicola, stenderla e ricoprire una tortiera da crostata oliata ed infarinata. Mettere in frigo.
Preparare la crema pasticcera: mettere a scaldare il latte, mescolare in una ciotola lo zucchero con le uova, usando una frusta, ed i semini della vaniglia, aggiungere la farina setacciata e versare sul composto il latte caldo. Mescolare, riversare il tutto nella pentola, riportare a bollore e cucinare per 1' max 1,30''. Mettere da parte.
Nella planetaria sbianchire il burro, aggiungere lo zucchero, i tuorli uno alla volta, le mandorle ed il pane grattugiato tostato e per finire, a mano e con una spatola, gli albumi montati a neve non fermissima, morbida direi.
Riprendere la tortiera, versare la crema pasticcera e livellare bene; posizionare, distanziate l'una dall'altra, una decina di cucchiaiate di marmellata, in concomitanza con le fette che si taglieranno ed una centrale, e ricoprire il tutto, partendo dall'esterno fino al centro con una spirale di spuma aiutandosi con una sac a poche usa e getta.
Mettere nel forno caldo a 180° per circa 45-50' (controllare perchè l'ho fatta due volte: il forno statico mi è sembrato meglio ma ci è voluto un po' di più). Si deve asciugare la "spuma meringosa" (neologismo di mio figlio, mentre gli stavo spiegando quali altri dolci si possono preparare con gli albumi montati, tipo le meringhe unite con la nutella!).
BUONA PRIMAVERA!
Eh si, sono proprio 44 oppure…..IL NONO ANNIVERSARIO DEI 35…. suona meglio, che ne dite?
Un numero così importante necessita una certa concentrazione, magari con la Smorfia al contrario, ossia partendo dal numero per trovare un significato.
Il numero 44 è veramente di buon auspicio: la somma è 8 (foriero di sorrisi e di qualcos'altro!). Se poi si approfondisce si scopre che 44 vuol dire, tra le altre cose, acqua, aereo e primavera: acqua per navigare lontano, aereo per salire in alto e primavera per togliersi la canottiera di lana!
E dopo queste dotte elucubrazioni una ricetta, che mi ricorda tanto la mia città di nascita e di morte, perchè è nella Laguna che mi piacerebbe venissero sparse le mie ceneri, così da finire dentro un "caparossolo" :-). Anche perchè parlare della propria morte allunga la vita, un dono da condividere con chi ami, come un allegro e gioioso buffet…di compleanno!
Bicchierino di riso Venere, verdure allo zenzero e gamberoni
Ingredienti per una ventina di bicchierini
300 gr di riso venere, 1 kg di gamberoni, 6 zucchine senza imperfezioni esterne, 1 lemon gras, qualche grano di pepe nero, 1 foglia d’alloro, 1 scalogno, una macinata di pepe nero lungo, coriandolo, sale, olio evo, vino bianco secco, brandy.
Procedimento
Pulire i gamberoni privandoli dei carapaci e del budello interiore, sciacquarli, asciugarli con carta casa e metterli da parte. Versare gli scarti in una pentola con qualche grano di pepe nero ed una foglia d’alloro, riempire d’acqua fredda ed ottenerne un profumato fumetto con il quale lessare il riso. Scolarlo e mescolarlo con un po’ d’olio evo.
Tagliare le zucchine in 4 parti secondo la lunghezza, privarle della parte bianca e tagliarle a cubetti; rosolare lo scalogno, unire il lemon gras tritato finemente, aggiungere le zucchine ed un paio di cucchiai di vino bianco, regolare di sale, aggiungere il pepe nero. Cucinare per pochi minuti e mettere da parte.
In una padella scaldare dell’olio evo e far saltare i gamberoni per pochi minuti. Profumare con il coriandolo, una spruzzata di brandy e regolare di sale.
Comporre i bicchierini partendo dal riso venere, seguire con le zucchine e completare con i gamberoni.
Il bello del compleanno è ricevere i regali, confessiamocelo! Ed eccone uno bellissimo da parte di Max, che ricevo con tanto piacere e giro alle amiche ed agli amici che mi fanno l’onore di condividere le emozioni che ispirano questo blob. Grazie mille Max!
La vera felicità è la pace con se stessi. E per averla non bisogna tradire la propria natura. Mario Monicelli
Venticinque anni….sono passati 25 anni da quando i compiti di latino avevano gli stessi voti della schedina del totocalcio –1x2 –, da quando Luisa imparò a memoria il V canto dell’Inferno, da quando passavamo, esternamente all’edificio e passando attraverso la finestra di un terzo piano, da una sezione all’altra, perchè stavamo mimando le Charlie’s Angels, dalla lettura della Gazzetta dello Sport (per poter giocare la schedina al sabato) in ultima fila, durante l’ora di religione, dalle partite di battaglia navale, dalle capriole di Antonella, dall’inglese imparato con le canzoni dei Police, dai maquillage alla Renato Zero :-) dalle permanenti afro, dalla quantità industriale di panini e sigarette condivisi, dalle canzoni goliardiche cantate in classe: “..e poi c’è lui, il superfigo Emily, ti mette 4 con un cheese…
Sabato scorso ci siamo riviste, grazie alla testardaggine di Loredana e Raffaella (basta dimagrire!): mancavano pochissime di noi e venivamo da città diverse, rispetto all’anno del diploma…Padova, Bologna, Catania…
E non ci siamo smentite: il ristoratore ci ha praticamente chiuse fuori (erano quasi le 17) dal locale mentre continuavamo a raccontarci, a ridere, a prenderci in giro, a scambiarci foto dei figli ed indirizzi e-mail.
Come si fa non essere travolta ed ispirata dai ricordi di un passato che altro non è che un recentissimo quarto di secolo e dalle aspirazioni per un futuro che cammina anche sulle gambe dei nostri figli? Ed ecco la ricetta (assaggiata anni fa ma non mi ricordo più dove e ricostruita per tentativi!), tutta veneta e quindi da tutto il mondo: Cucchiaini di baccalà e Mais Marano o Biancoperla. Un bocconcino piacevole, come noi, dai mille sapori e dalle mille scoperte, come noi, che ti coccola con un sorrisone, sempre come noi, che ti riempie di gioia, ovviamente come noi e capace di sorprendenti sempre, come noi. E come la frase di Michela, a commento delle diverse vicissitudini sentimentali. :-)
Cucchiaini di baccalà e MaisMarano (o Biancoperla)
Ingredienti
400 gr di baccalà ammollato, 300 dl di olio evo dop del Garda, uno spicchio d’aglio senza l’anima, una foglia d’alloro, qualche grano di pepe nero, 750 dl di latte crudo, 500 dl di acqua, 100 gr di farina di mais (marano e biancoperla), un pizzico di aneto (quello del mio balcone!), sale.
Procedimento
In una casseruola mettere il latte crudo freddo, lo spicchio d’aglio privato dell’anima verde, la foglia d’alloro e qualche grano di pepe nero oltre al baccalà ammollato e cuocere per circa una mezz’ora raggiunto il bollore.
Scolare, spinare, eliminare la pelle ed inserire nel frullatore (l’alternativa, da puristi, è il mortaio: il mio è caduto andando in mille pezzi….ed ho dovuto fare di necessità virtù) ed emulsionare, unendo l’olio a filo come se fosse una maionese, regolare di sale e mettere da parte coperto con della pellicola.
Portare a bollore dell’acqua salata, unire la farina a pioggia e cucinare una polentina davvero morbidissima (è possibile sostituire l’acqua con del latte crudo che conferisce una nota quasi vellutata) alla quale si aggiungerà l’aneto alla fine della cottura. Stendete un cucchiaio di polentina, ottenendo una sfoglia trasparente, sopra un foglio di carta forno e lasciar raffreddare.
Per creare i cucchiaini la regola della catena di montaggio è d’obbligo: prima la polentina e poi il baccalà. Si possono fare delle piccole quenelles con dei cucchiaini oppure con dei sac a poche usa e getta, metodo più veloce. Decorare con una sfoglia di polentina ed una fogliolina di aneto.
E adesso tu
sei di scena nel blu!
Quanto cielo ballerai
Ora hai tutto l'immenso
per non smettere mai!
Le parole di una canzone di Renato Zero - “Ciao Stefania” – per un brindisi speciale che è stato fatto ad Antonella, l’atleta della nostra classe, che è scomparsa troppo presto, rapita da un male che non le ha lasciato scampo, mentre muoveva i primi passi verso il futuro. E sapevamo che stavi brindando con noi.
Ricevere un premio è sempre una dolce emozione, lo confesso. E’ un gesto di amicizia, il riconoscimento di un lavoro fatto con impegno. E’ condividere ed è anche un po’ di quella complicità tutta femminile, che solitamente latita. E non posso che ringraziare di cuore le amiche che hanno voluto pensare a me.
Premio di Stefania
Premio di Maestra Laura e di Ornella
Ed io vorrei condividere, come sempre faccio, questo riconoscimento con chi passa a curiosare nel blog. Ed oltre a ciò vorrei condividere anche una ricetta semplice e gratificante, come l’amicizia.
Il premio di Vale
La cotognata, la confettura solida che profuma di Sicilia
Ingredienti
2 kg di mele cotogne (tutte quelle che avevo!), zucchero semolato, 2 limoni non trattati.
Procedimento
Lavare le mele, togliere il picciolo, metterle intere in una pentola coprire tutto con acqua fredda, abbassare il fuoco al bollore e cucinare le mele fino a quando non diventeranno morbide.
Toglierle dalla pentola, sbucciarle, eliminare il torsolo, passarle ad un setaccio sottile e mettere la polpa così ottenuta in una pentola capace: unire la medesima quantità di zucchero e il succo di un limone ogni mezzo kg di peso della polpa.
Rimettere sul fuoco e far andare a fiamma bassa per almeno un’oretta, mescolando soventemente.
Riempire degli stampini rettangolari (quelli dell’ikea specifici per mini chef sono ottimi!) precedentemente bagnati e lasciar raffreddare.
La cotognata si conserva in scatole di latta per molto tempo (nel senso che si tratta di una preparazione autunnale che è deliziosa da gustare anche in primavera); servitela tagliata a fette precedentemente decorate con zucchero semolato (magari profumato con della cannella in polvere).
Poi avvolgetene un po’ con della carta trasparente, rendetela regale con un bel cordone colorato e fatevi offrire un tè da una cara amica, che vi scalderà il corpo e l’anima.“Zia Nianna, che cosa è la carne in questa scatola e di che cosa sa?"
“Di valle svizzera!”
Attimo di panico di, nell’ordine, Alessandro, Edoardo, la signorina che stava allestendo lo scaffale, la signorina (un po’ attempata) che stava guardando con disappunto il deserto dei tartari che il duo nipote-figlio erano riusciti a creare tra i clienti.
La domanda dei giovani gourmand mi aveva acceso una lampadina nella testa: la carne in scatola non è altro che carne lessata in gelatina, inventata nel 1881 da un ristoratore milanese, Pietro Sada, mentre suo figlio nel 1923 ne iniziò la produzione industriale e trae nome proprio dalle valle svizzera dove si allevava il bovino.
E perchè non farla insieme a loro? Non a Pietro Sada, insieme ai ragazzi! Utilizzeremo il medesimo procedimento (più o meno), aromi ad ispirazione del momento, niente gelidificanti che non sia la gelatina prodotta dalla cottura stessa….ed un taglio di carne “povera”: coda di manzo.
tratto da Virtual Museum Vallèe
Carne Simmenthal hand made
Ingredienti
1 kg di coda di manzo, 1 foglia di alloro, qualche bacca di ginepro e qualche grano di pepe nero, una cipolla steccata con chiodi di garofano, flor de sal, una macinata di sale affumicato, due carote, due gambe di sedano bianco, un cipollotto, uno scalogno, un lemon gras, mezzo biccherino di Cardenal Mendoza.
Procedimento
Mettere in una capiente pentola la coda, la cipolla steccata, la foglia di alloro, il pepe e le bacche di ginepro. Riempirla d’acqua fredda, portarla al bollore, schiumare e lasciar andare per almeno 3 ore, fino a quando la carne si stacca dall’osso.
Spegnere e lasciar raffreddare. Tagliare in piccola dadolata la carota ed il sedano e sottilmente il cipollotto, lo scalogno ed il lemon gras, mondato dal ciuffo verde.
Filtrare un po’ di brodo, più o meno un litro, e lasciarlo ridurre ad un terzo, aggiungere il brandy e lasciar andare per qualche altro minuto.
Mettere la carne in una ciotola con gli aromi, regolare con di due tipi di sale e riempire una terrina, versare sopra il brodo profumato e cucinare a bagnomaria, a 180°, per un’oretta. lasciar raffreddare, porre in frigo per almeno 24 ore e servire, fredda, con delle calde fette di pane in cassetta.
Due giorni dopo:
“Mamma, per favore mi scaldi altre due fette di pane?”"
“Vuoi dell’altra carne in scatola fatta in terrina?”
“No grazie, vorrei della Nutella.”
….che avrà voluto dire….:-\
Conoscete Cibvs? Sicuramente si!
Molti di voi foodblogger riportano il banner di questo sito, nella blosfera da
qualche tempo. Il team che se ne occupata è davvero stimolante come accattivante è il modo che hanno di parlare di tutto quanto è enogastronomia.
Sarà stato Cibvs, oppure Sakamoto, ma con Christian è diventato naturale parlare come di fronte ad un bicchiere di vino per cui….perchè non collaborare?
Ed eccoci, insieme, anche con Stefano Buso, in questa nuova avventura, in un’arca dei sapori e dei profumi. Chissà dove approderemo. Intanto si parte, con un’intervista un po’ rivelatrice.
Dai, navigate insieme a noi! ;-)
Recenti ritrovamenti archeologici danno definitivamente al maiale un ruolo fondamentale per la trasformazione che avvenne dell’uomo nel neolitico. Dove? Ma nella cara Mesopotamia, mezzaluna fertile ed ispiratrice, dove all’addomesticamento del cane seguì, se non addirittura in contemporanea, quello del maiale, mammifero molto intelligente ed abitante dei boschi. L’uomo, prima di diventare agricoltore, e quindi stanziale ed “addomesticato” nel senso di rispettoso delle regole, fu pastore, simbolo di inciviltà e rozzezza. Del resto, dopo la cacciata dall’Eden, Caino (quello cattivo) divenne pastore mentre il povero Abele si dedicava alla coltivazione dei frutti della madre terra: le civiltà nomadi, patriarcali ed inevitabilmente maschiliste, dove la donna-madre usa la sua sensualità per mandare in rovina l’uomo e quel minimo di ordine che si era creato, mal convivono con quelle dedicate all’agricoltura ed è proprio con l’addomesticamento del maiale che questi due mondi cominciano a comprendersi ed a convivere serenamente. Con buona pace di terreni da coltivare e boschi da preservare.
Un poema epico sumero, avente per protagonista Gilgamesh, donna che diventa veicolo di alfabetizzazione, è come la stele di Roseta per il passaggio importantissimo che visse l’umanità: questa Eva mesopotamica usò il suo frutto proibito (che non è certamente la mela) per rapire Enkidu, un pastore inselvatichito e poco avvezzo agli scambi culturali, che mangia erbe amare e vive con le bestie. In sumerico il termine “eden” non indica il paradiso terrestre ma “terra non coltivata”. La donna si unisce a lui, lo inizia alla civiltà, gli insegna a mangiare seguendo una dieta mediterranea, che prevede pane e vino e diventa uomo dopo aver bevuto 7 calici di vino forte.
Il resto della storia è nota: il Caino insito in ogni uomo ha preso il sopravvento, sacrificando il genio e la bellezza dell’animo femminile sull’altare della prepotenza e della prevaricazione. A distanza di 10.000 anni anche la Madre Terra si è stufata ed all’alba del terzo millennio l’idea di una società matriarcale e salvifica per la terra non sembra essere più così peregrina.
Se poi le donne imparassero a fare squadra come sanno fare i maschi ed utilizzare il loro frutto proibito in un modo più costruttivo che divenire delle figurine prive di identità….ecco, l’Eden non sarebbe poi così lontano, soprattutto per quelle donne che lottano e muoiono per la loro dignità che all’interno di palazzi di vetro, scribani lontani sanciscono in reiterate dichiarazioni polverose.
Terrina ai tre maiali: filetto, guanciale di suino nero e lardo di colonnata (presidi slow food)
Ingredienti
500 gr di filetto di maiale, 150 gr di guanciale, 150 gr di lardo di colonnata, 3 scalogni e 3 spicchi d’aglio, un rametto di rosmarino, qualche rametto di timo fresco, 1o gr di panna, 10 gr di latte crudo e 15 gr di porto, sale e pepe ed olio evo.
Procedimento
Mondare il rosmarino ed il timo e tritarli finemente con il coltello.
Tagliare sottilmente lo scalogno e rosolarlo con un filo d’olio evo unitamente agli spicchi d’aglio e mettere tutto nel mixer nel quale saranno già state inserite le tre tipologie di carne tagliate a pezzettini, lasciando da parte qualche cubetto (un cucchiaio) di guanciale, versare la panna ed il porto e frullare uniformemente il tutto.
In una ciotola versare la carne frullata, unire i pezzettini di guanciale e gli aromi, profumare con il pepe e regolare di sale.
Riempire con il composto una terrina premendo un po’ e cucinare a bagnomaria a 180° per circa un’ora e mezza.
Apprezzerete il profumo di questa terrina che può essere gustata sia calda che fredda.
Buon 8 marzo a tutti. ;-)
Sabato e domenica i miei uomini sono andati a Roma a sostenere l’Italia del Rugby, mentre io, naso appiccicato alla finestra e con Agata che si appallotolava tra le mie caviglie, rimanevo a casa con la febbre a guardare l’incredibile sole che scaldava l’aria.
Immaginavo la città eterna illuminata non solo dai raggi solari ma dalla scanzonata allegria della tifoseria che serenamente segue il rugby ("La mischia è la mia famiglia", secondo Mauro Bergamasco), resa ancora più divertita e divertente dal tasso alcolico che rarissimamente rende molesti, pericolosi, dannosi…si insomma, come alcuni tifosi del calcio. Non per niente in inglese non si dice “rugby player” ma “rugby man” perchè è una fede, una scelta di tutta la vita (e lo so perchè in casa si respira rugby da sempre: giocato, fotografato, scritto!).
E le foto che hanno scattato Roberto ed Edoardo testimoniano questo sport, che si vive in tre tempi….ed io mi sono ispirata al terzo! Nel senso che anche Enrica era raffreddata ed ha pensato, come comfort food, ad uno dei piatti più conosciuti della cucina cinese, la sua passione.
Spring Rolls o Involtini primavera
Ingredienti
Fogli di pasta per wonton, 2 carote, 2 porri, 1 cipollotto, qualche foglia di verza, 100 gr di germogli di soia, un cucchiaio di radice di zenzero fresca grattugiata, un cucchiaio di mandorle a lamelle, salsa di soia, olio evo.
Procedimento
Tagliare a julienne le verdure e saltarle per qualche minuto con la salsa di soia, aggiungere i germogli di soia e le mandorle a lamelle. Mettere da parte.
Disporre sul tavolo da lavoro i fogli di wonton (io li ho trovati in un negozietto cinese, vicino alla stazione di Padova, su indicazione del mio maestro Carlo) e mettere una cucchiaiata di verdure in un angolo della pasta, arrotolare avvolgendo il ripieno, piegare i due lembi laterali e chiudere il roll.
Ungere una pirofila con un po’ di olio evo, adagiare gli involtini e cucinarli nel forno caldo a 200° fino alla doratura; la cottura in forno consente di usare meno olio rispetto alla frittura e di renderli un po’ meno unti.
Li abbiamo gustati con una salsina base di passata di pomodoro, scalogno ed aglio, salsa di soja, peperoncino, arachidi tritate, latte di cocco e zucchero di canna…..e siamo miracolosamente guarite! ;-)
"Il rugby è una buona occasione per tenere lontani trenta energumeni dal centro della città"
Oscar Wilde
Carola, l’autrice de La Casetta delle pesche, ha messo a disposizione di Lucia (domenica 21 febbraio), la sua splendida cucina immersa in un frutteto di pesche. Per cosa? Ma per un accattivante corso “Terrine e Tajine”….e voi sapete quanto mi piacciono le terrine!
Lucia Pantaleoni, trevigiana doc, vive da quasi vent’anni a Parigi dove la sua passione per la cucina l’ha ampiamente premiata, facendo di lei una giornalista ed una rinomata scrittrice gastronomica; inoltre presenta degli ottimi corsi di cucina e collabora con la Facoltà di “Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione” di Padova. Si poteva dire di no all’invito?
Assolutamente no! Ed insieme ad altre appassionate e foodbloggers abbiamo fatto nostre tante “ idee menù per un pranzo oppure una cena un po’ diversi: tagina di faraona alle mandorle e spezie servita su tartelette di pasta brisée, terrina di formaggio verde all’olio di noce e miele, insalata di quinoa ai peperoni, uvetta, frutta secca, zenzero e raz- el-hanout, terrina di ciccolato.“
Nel frattempo ho recuperato un po’ di ingredienti ed ho fatto qualche prova, sia rispettando scrupolosamente quanto imparato che personalizzando, vuoi nelle verdure, vuoi negli aromi…che posterò nei prossimi giorni!
Grazie ancora a tutte le nuove amiche, alla squisita padrona di casa ed a Chiara, una foodblogger che sa emozionarti con la passione per il suo lavoro tanto quanto i profumi che la cucina di Lucia ha saputo donarci.