Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO
20foodblogger, 20prodotti, una passione: Pomodorino di Torre Guaceto o Cipolla di Acquaviva? ;)

La Cucina Italiana

La Cucina Italiana
Special Ambassador

Lettori fissi

la cucina di qb è anche app

la cucina di qb è anche app
per telefoni Nokia

"Houston, abbiamo un problema" e gli Spaghetti Galattici Speziati per un autostoppista del gusto e la sfida #48 dell'Mtchallenge


"Houston, abbiamo un problema. Maronna mia, se abbiamo un problema. Houston!! E rispondi, a' Houston!!

Due occhi di ghiaccio si aprirono di scatto, come le bambole dei film dell'orrore che Beppino si ostinava a guardare anche se poi gli venivano le palpitazioni, ed incontrarono i suoi.
"C'è un guaio, un guaio grosso assai e bisogna che troviamo una soluzione, Houston!"
Lo sguardo di ghiaccio non si era spostato di un millimetro. Un accenno di increspatura dei sopraccigli aveva messo in evidenza una leggerissima ruga al centro della fronte.
"Ah, ma allora sei vivo! E c'hai pure la ruga gabellare! La sorella di mia cognata, quella fissata con l'Oriente, diceva che quella era la ruga del terzo occhio, la ruga Yin." 
Si allontanò per guardarlo un po' meglio. 
"Houston, non è che sei Yin sul serio? Perché io sono tuttotutto Yang! Perlammordiddio non ho nulla contro gli Yin, ma sai com'è, qui l'astronave è piccola e l'equipaggio mormora." E chiuse facendo l'occhiolino, cercando una complicità che fosse anche approvazione.
I due occhi di ghiaccio si alzarono dalla poltrona attrezzata per affrontare i lunghi e noiosi viaggi tra una galassia e l'altra e si palesarono in tutta la loro possanza.
Beppino seguì con gli occhi, che fin da piccolo avevano con difficoltà trovato una certa simmetria, i muscoli guizzanti sotto la tuta aderente grigio antracite.
"San Gennaro, ma questo non finisce più" si ritrovò a pensare mentre l'astronauta dagli occhi di ghiaccio, disteso in tutta la sua altezza, lo guardava fisso dall'alto, senza tradire alcuna emozione.
"Заткнись!" tuonò improvvisamente Ustin. "Откуда ты?"
"Non ti arrabbiare! Sono io, Beppino, quello della cucina." soffiò il povero omino, che nel rispondere si era fatto ancora più piccolo del suo metro e cinquanta.
"Идеальный." replicò l'astronauta mentre digitava una sequenza numerica sul piccolo computer, che faceva anche da traduttore simultaneo, allacciato al polso destro. "Ora ricordo, sei l'italiano che faceva l'autostop sulla galassia Sombrero. Se non ricordo male non sopportavi più il cibo messicano."

Beppino si animò. Houston l'aveva riconosciuto anche se si erano parlati una volta sola, oddio parlati, aveva parlato solo lui e gli aveva fatto capire, senza tanti giri di parole, che la sua presenza non era affatto gradita all'interno dell'astronave. Era entrato con l'inganno confondendosi con il personale di servizio, imitando gli autostoppisti che tanti secoli prima si spostavano sulla Terra, ed oramai non aveva neppure più senso espellerlo attraverso i tubi pirolitici, che polverizzavano, prima di eliminare dal veicolo spaziale, gli scarti della cucina. Per cui prima di rientrare ad Andromeda, e scendere dall'astronave, sarebbe stato molto saggio rispettare le regole alle quali era sottoposto tutto l'equipaggio: stare in silenzio e soprattutto stare molto, molto lontano da lui.


Ustin si mosse, una camminata elegante e felpata, come se avesse fatto ore di stretching invece di essere stato inchiodato mesi a quella poltrona, dirigendosi verso il quadro comandi. I monitor sottili come un capello gli rimandavano la visione di un buio animato da sciami di meteoriti arginati da scudi direzionali, da comete che si avvolgevano su sé stesse come riccioli capricciosi, dai colori cangianti di mille stelle e mille pianeti.
Concentrato com'era nell'analisi silenziosa di milioni di chilometri di spazio che l'astronave stava percorrendo non si accorse che Beppino si era avvicinato lentamente, attratto, quasi ipnotizzato, da quelle immagini di mondi che sapeva esistevano ma che il destino non gli aveva consentito di conoscere.

Era nato sulla Terra poco prima del Grande Trasloco, quando oramai le risorse erano così scarse che non bastavano neppure all'elite che governava le terre di Pangea, le aree che ancora non erano state bruciate dalle tempeste solari, sempre più devastanti dopo che lo scudo di ozono si era arreso all'incoscienza umana. Le radiazioni avevano modificato il dna dei gameti utilizzati per il suo lotto, che avevano riprodotto degli individui imperfetti. Ma nel caos del trasloco la sua capsula incubatrice, che aveva oramai preso il posto dell'utero nella gestazione di nuovi esseri umani, era finita in un deposito e le pile a fissione avevano fatto il resto. Era diventato grande, oddio, grande, diciamo che era diventato uomo. Ma gli uomini come lui, difettati, potevano lavorare solo come maestranze di fatica in quegli ambienti in cui i robot si sarebbero potuti rovinare. Troppa umidità o troppa polvere.
Beppino era finito a fare lo sguattero, nelle cucine delle astronavi e delle basi spaziali, a preparare ed incapsulare il cibo liofilizzato che gli altri umani assumevano per il sostentamento: un mix di proteine, sali minerali, acidi grassi essenziali, carboidrati di natura sintetica; soluzione adottata quando anche le alghe ogm e gli insetti non erano più bastati a nutrire il pianeta.


"Qual'è il problema?" La voce fredda di Ustin lo riportò alla realtà.
"Ah si, Houston, qui la situazione è gravissima! La nave con i viveri durante il posizionamento è stata centrata dai detriti di quei zozzoni dei Vesuviani e si è sganciata. Il tubo per collegare il passavivande si è rotto e non ho più neppure un sedano sintetico per fare un pinzimonio di plastica! Voi dormite ed io qui mi devo levare le mani da torno, mi devo!"
Forse aveva esagerato un po' la ma realtà era proprio quella: in cambusa non c'era più nemmeno l'ologramma di un panzerotto.

Ustin guardò Beppino come se lo vedesse per la prima volta. I suoi arti così corti gli ricordavano i plantigradi bianchi e neri dei quali aveva letto nei libri di scienze, così impacciati e lenti, mentre lo sguardo nascondeva guizzi di luce che aveva tradotto come intelligenza vivace. Probabilmente sarebbe stato possibile trasferire le sue sinapsi in un corpo sintetico, giusto per non sprecare parte della sua conoscenza. Ma forse era meglio lasciar tutto come aveva deciso il sistema.
"E quindi", lo apostrofò Ustin, "cosa proponi? Del resto l'equipaggio a causa dello scontro con i detriti si sta svegliando e fra un po' bisognerà provvedere al suo sostentamento."


"Un'idea ce l'avrei" sorrise malizioso Beppino, come se stesse già gustando il manicaretto che aveva in mente, un chiodo fisso di quando era appena uscito dall'incubatrice che era stata sistemata in una vecchia biblioteca: un piatto di pasta preparato con il pomodoro. Aveva visto la foto e subito di era innamorato di quell'attorcigliare morbido, di quel rosso vivo. Aveva strappato la pagina del libro dov'era riprodotta la leccornia e l'aveva sempre portata con sé.
"Avrei bisogno di un forno a microonde, di un po' di platino e di una stampate 3D. Il resto degli ingredienti sono nell'armadietto dell'alveare" ovvero il luogo, una sequenza di piccoli loculi, dove gli umani addetti ai lavori più umili, si ritiravano per recuperare le forze.
Davanti allo sguardo di Ustin, che ora non era più tanto sprezzante, prese forma un piatto di pasta al pomodoro e gli addetti alla stampante fecero il resto, come in una versione laica del miracolo dei pani e dei pesci.

Mentre l'equipaggio imparava ad attorcigliare gli spaghetti con le dita e provava il piacere della masticazione Beppino non sentì più i dolori alle ossa, che neppure l'assenza di gravità poteva lenire, e si sentì l'uomo più grande della Via Lattea.
Ustin si avvicinò e gli pose la mano perfetta sulla spalla sbilenca, stringendola con le dita disegnate dall'eugenetica.
"Houston", fece Beppino, "te l'ho detto, vero, che io sono Yang".


Oggi ha cucinato Beppino, con quanto aveva nell'armadietto del suo loculo: una lattina di San Marzano, gli spaghetti di grano duro appena un po' modificati, i pomodorini gialli confit, le spezie dell'unico emporio della galassia di Sombrero, l'acqua di uno dei mari sotterranei di cui Marte è pieno e le foglioline Shiso prese in prestito dal laboratorio di botanica. Un forno a microonde e il gioco è fatto. Perché anche la fantasia può nutrire il pianeta.

Spaghetti di grano duro al profumo di mare speziato con salsa di pomodoro, pomodorini gialli confit e zeste di limone di Sorrento.

Ingredienti per un astronauta
80 g di spaghetti formato chitarra di semola di grano duro all'orzo "Ma'kaira" (che nel gioco di parole del produttore significa "beato")
1 lattina di pelati San Marzano
1 cucchiaio di pomodorini gialli confit
1 spicchio di aglio rosso di Nubia in camicia e schiacciato
1/2 cucchiaino di levistico
1 cucchiaio formato dal seguente mix aromatico: scorza di fava di cacao, cannella, liquirizia, zenzero, pepe nero, carruba, anice, peperoncino, zenzero, vaniglia in bacello, fava tonka, mix polverizzato ed inserito in un pezzettino di garza
qualche fogliolina di Shiso purple cress la decorazione del piatto
1 limone di Sorrento, bio, solo le zeste
acqua di mare

Procedimento
Con un mixer ad immersione frullare i San Marzano direttamente nella lattina, passare al colino e mettere da parte.
Pesare gli spaghetti e pesare il doppio più un po' di acqua di mare, scaldarla appena con il  mix di spezie profumate e piccanti, lasciando in infusione per 5'.
Inserire in un contenitore adatto alla cottura a microonde la salsa di pomodoro, l'aglio e il livistico.
Cuocere coperto a 850W per 1'.
Aprire il contenitore, mescolare, eliminare l'aglio, distendere gli spaghetti, coprirli con l'acqua di mare speziata e cuocere coperto per 8' a 850W.
Aprire il contenitore, mescolare, unire i pomodorini gialli confit e continuare la cottura per altri 4', aggiungendo, se necessario, un paio di cucchiai di acqua di mare.
Aprire il contenitore, mescolare con una forchetta ed impiattare decorando con le foglioline, poche, di Shiso Purple e le zeste del limone.
Se voleste unire un po' di ricotta salata, poca, o un po' di pecorino fate attenzione ad averne stampato in quantità sufficiente.



"La pace non trovò nè oppressi nè stranieri". Gli spaghetti del 24 maggio 1915 per l'Mtchallenge #48


“Nonno, raccontami della Guerra!”
La mia curiosità di bambino e la passione per i film dove i soldati facevano mostra del loro valore, indossando divise belle intonse come il giorno della parata, mi inducevano sempre a chiedere a nonno Tiziano di condividere i suoi ricordi di ragazzo nato nel 1899.
“Quanti nemici hai ucciso?” era la domanda topica con la quale cercavo di mettere alle strette la sua reticenza.
“La guerra è una brutta bestia”, rispondeva sempre, con gli occhi velati da tanta, tanta tristezza.
“Nonno, ma gli austriaci erano pur sempre i tuoi nemici, gli invasori stranieri che opprimevano!” esclamai un giorno, quasi incredulo dinnanzi alla sua visione così disfattista di quanto era stato necessario fare per ottenere la vittoria.
“Gli Austriaci erano ragazzi come me che se la passavano ancor peggio. Sai quante volte ho lanciato pezzi di pane secco oltre la nostra trincea? E sai quante volte ho passato loro la sega per tagliare il ghiaccio così da consentirgli di seppellire i morti non a mani nude?”


Finché un giorno mi raccontò anzi, scrisse, vergando alcuni fogli di uno dei miei quaderni di studente delle elementari, con le righe già segnate ed i bordi definiti da due graziose parallele color violetta, quasi a lasciare un testamento, una memoria scritta, di tutto il suo disagio per essere stato costretto a compiere azioni che non riteneva giuste e di tutto il suo dolore per essere stato costretto ad assistere alla morte della pietà e della compassione.

Mi chiamo Fumegale Tiziano, fu Massimiliano e di fu Maria Angela.
Sono nato a Vicenza il 21 luglio 1899.
Sono stato incorporato nel 6° Genio Ferrovieri, nel mese di giugno 1917 ed inviato, per cause di emergenza, al Distretto Militare di Vicenza, dove fui destinato all’11° Fanteria a Forlì (Deposito del Reggimento). Qui mi mandarono a raggiungere il mio Reggimento che si trovava a Gorizia, che già era stata occupata.
Giunto a Gorizia fui destinato a fare un compito un po’ arduo e cioè fare un varco per tagliare i reticolati che però avevano la corrente.
Io andai dal mio Tenente per dirle che oltre alle tenaglie mi occorrevano ancora altri tre uomini, perché i reticolati erano appoggiati sopra 4 cavalletti di Frisia ed avevano la corrente.
Era il mese di ottobre. Tutto buio.
Io dissi a loro (ero il Capomaggiore) “Prima comincio io, che sono il primo, poi il quarto, poi il secondo ed infine il terzo”. E così fu fatto. Tagliammo un varco usando le tenaglie foderate di nastro isolante e ad ogni taglio si vedevano nella notte tutte le fiammate dei reticolati.
Il varco era stato aperto così che le truppe poterono avanzare.
Però, invece di rientrare in quattro, rientrammo in tre perché, poveretto, uno si è incagliato con la giacca nei reticolati ed è stato mitragliato.
Però la Medaglia d’Argento gliela diedero al Tenente, che se n’era stato calmo sotto la tenda.
Poi mi spostarono di fronte ed andai al Piave e poi sul Monte Paù.
Ma non posso ricordare tutte le peripezie trascorse.”


Per la sfida #48 dell'Mtchallenge, lanciata da Paola, ho immaginato il nonno in trincea con un coetaneo siciliano, ancora più spaventato di lui, in quanto scaraventato in una terra straniera, letteralmente straniera, dove non era possibile riconoscersi in nulla.
Non certo nel clima così rigido degli inverni sull’Altopiano, con le trincee scavate nella neve e nel ghiaccio che superavano i tre metri di altezza.
Non certo nella lingua! Come potevano comprendersi due contadini adolescenti che fino a qualche mese prima compivano i medesimi gesti ma a mille chilometri di distanza l’uno dall’altro?
E neppure nel cibo, così diverso. Nei colori, nei sapori, nei ricordi.
Li univa solo la disperazione, la consapevolezza di essere finiti in un girone dantesco, tra le teste dei compagni che saltavano a pochi decine di centimetri centrate da cecchini ugualmente adolescenti, tra gli arti feriti tagliati con la sega e senza tanti complimenti,   tra il terrore dei gas nervini, armi vigliacche usate da uomini senza onore, ad aspettare che si sciogliesse la neve per lavarsi, a bere da pozze di fango e sangue perché resi pazzi dalla sete.


Ho immaginato i morsi della fame che amplificavano tutti i profumi e tutti i ricordi legati al cibo ed ho pensato alla dolcezza di Tiziano verso un Antonio tanto spaventato, ricambiata con quanto era rimasto nello zaino di quest’ultimo, a condividere nel fango di una tragedia senza fine gli ultimi sprazzi di una giovinezza rubata.
Ecco allora uscire come da uno scrigno magico i profumi ed i colori della Sicilia di Antonio così sconosciuti a Tiziano che contribuisce con quanto gli era rimasto della sua Vicenza, un pezzo di crosta di Asiago stravecchio, avvolto in un fazzoletto liso, che avrebbe dato all’acqua della pasta una sapidità maggiore, come tante volte aveva visto fare in cucina da mamma Angela, mentre preparava la pasta e fagioli più buona del mondo.


Infatti il sale, così prezioso per la Serenissima, non c’è: troppo costoso, soprattutto in trincea, e viene sostituito dall’acciuga e da un po’ di spirito di adattamento.
Il sugo di accompagnamento è un arcobaleno di colori e di sapori: il pomodoro secco è un pomodoro siccagno della valle del Belìci, dove si coltivano ancora dei grani antichi come il farro e il grano duro timilìa una varietà meravigliosa, dalla vita breve e dai profumi intensissimi. E’ scuro, quasi grigio, come la trincea, come la guerra.
Anche la scelta della forma della pasta, le caserecce, non è un caso: richiamano le onde sensuali dei campi di grano mosse dal vento caldo delle estati siciliane, le corse a perdifiato nascosti dalle spighe dorate, i boccoli neri di una ragazza, così bella da togliere il fiato, appena sfiorati solo pochi mesi prima.
La colatura è il guizzo argenteo di una sapienza antica, come tutti gli ingredienti di questo piatto, sapienza feconda, quella che andrebbe narrata sempre, quella che, nei miei pensieri, è la sola titolata a “nutrire il pianeta”.


Casarecce di Timilia con passata di datterini, pesto di albicocche, pomodori secchi e acciughe, polvere di capperi e granella di pistacchio

Ingredienti (per 1 gavetta)

80 g di casarecce di Timilia o Tumminia (presidio Terra Madre, Slow Food)
un pezzo di crosta di Asiago stravecchio
2 albicocche secche di Scillato
2 pomodori secchi
2 acciughe e qualche goccia di colatura di alici
un paio di cucchiai di passata di datterini confit
qualche pistacchio tostato
polvere di capperi
Olio evo (ne ho usato uno proveniente da Alcamo)

Ingredienti e procedimento per la passata di pomodoro
500 g di pomodorini datterini
bouquet garnì
qualche spicchio di aglio rosso
olio evo
Inserire i datterini in un sacchetto da sottovuoto con gli aromi, unire un paio di cucchiai di olio evo, sigillare e cuocere a 40° per circa 3 ore immersi nell'acqua.
Frullare, passare al colino, regolare di sale e pepe monk macinato al momento e mettere da parte.

Ingredienti e procedimento per la polvere di capperi
Capperi di Salina
Sciacquare ed asciugare i capperi e farli essicare (anche nell'essicatore) nel forno statico a 80°. Far raffreddare completamente e frullare. Mettere da parte la polvere ottenuta in un piccolo vasetto pulito di vetro.

Procedimento
Tagliare a concassè i pomodori secchi e le albicocche, mescolare e dividere a metà. Tostare i pistacchi in una padella antiaderente e tritarli grossolanamente al coltello.
Portare a bollore l'acqua con la crosta di formaggio e lessare a pasta.
In una pentola di ferro stemperare le acciughe con un paio di cucchiai dell'acqua di cottura fino ad ottenere una salsina omogenea. Lontano dal fuoco unire la metà del trito di albicocche.
Scolare la pasta appena al dente, eliminare la crosta, in una padella spadellare la pasta per 1' con un paio di cucchiai di coulis di datterini. Unire la salsa di acciughe e qualche goccia di colatura di alici.

Impiattare decorando con il trito rimasto, la polvere di cappero ed il trito di pistacchi

#menùperdue in giro per l'Europa con il Fish and Chips ed i Mini Croissant



Una cena in giro per l’Europa? Perché no! Basterà impanare i filetti di merluzzo, cuocerli con le patatine in forno e servirli magari con un divertente tovagliolo che ricorda la stampa di un quotidiano per ricordare il mitico Fish and Chips che si gusta a Londra e poi, per il dessert, trasferirsi a Parigi, gustando dei delicati croissant farciti con una golosa crema alla nocciola e spolverati di zucchero a velo. 

Il meteo infatti ci anticipa un fine settimana all'insegna di un abbassamento importante delle temperature e quindi, archiviati per qualche giorno i sandali, ritorniamo ad accendere il forno, strumento essenziale per la preparazione di queste ricette.




Un menù troppo ricco? Direi di no: la cottura in forno abbasserà di oltre il 30% la percentuale di grassi così ci si potrà premiare con un piccolo e profumato croissant, che potrà poi essere condiviso anche durante la colazione del giorno dopo, giusto per iniziare con dolcezza la nuova giornata.



FISH AND CHIPS E MINI CROISSANT CON CREMA DI NOCCIOLE
Dosi: per 2 persone

Preparazione: 20’
Cottura: 20’+20’
Difficoltà: minima


Ingredienti per il Fish and Chips
400 g di filetto di merluzzo
300 g di patate prefritte surgelate
70 g di pangrattato
50 g di farina 0
1 uovo bio
50 g di maionese
50 g di ketchup
1 limone bio 
sale in fiocchi
pepe

Ingredienti per i mini croissant alla crema di nocciola
1 confezione di pasta sfoglia fresca rotonda oppure 250 g di pasta sfoglia preparata precedentemente
80 g di crema alla nocciola
1 uovo bio
2 cucchiai di mandorle a lamelle

Procedimento
Accendere il forno a 200°.
Stendere la sfoglia, dividerla in 8 spicchi aiutandosi con un coltello, mettere sulla parte più larga dello spicchio un cucchiaino di crema alle nocciole, arrotolare su sé stesso lo spicchio dando una forma a mezzaluna un po’ arrotondata, adagiare i mini croissant sopra un teglia coperto da carta forno, spennellarne la superficie con l’uovo sbattuto, spolverare con le mandorle a lamelle e cuocere nel forno già caldo per circa 20’ o fino alla doratura.
Sfornare, far raffreddare ed aumentare la temperatura del forno a 220°.

Tagliare i quattro filetti di merluzzo scongelato a metà, metterne uno sopra l’altro in modo da ottenere 4 filetti rettangolari belli spessi, salarli e peparli, passarli nella farina, nell’uovo sbattuto ed infine nel pangrattato. Far riposare su carta assorbente. Se desiderate avere un’impanatura un po’ più spessa è possibile ripassare nuovamente prima nell’uovo e poi nel pangrattato.

Dividere in due teglie distinte, coperte da carta forno leggermente spennellata d’olio evo, i filetti di merluzzo e le patate ed infornare.
Sfornare e servire immediatamente, regolando eventualmente di sale le patate, con entrambe le salse mescolate così da ottenere una salsa rosa.





Caro Grillo, ci sono i falsi positivi ed i falsi negativi. E poi ci sono i falsi.


Caro Grillo,
non ti ho mai amato e neppure odiato. 
Mi sono limitata ad ignorarti, esercizio di stile che comunque necessita di un certo sforzo, oltre ad una certa educazione. 
Dai tuoi interventi comici nella Rai di Pippo Baudo degli anni '80, agli spettacoli ambientalisti di vent'anni dopo fino alle tue recenti battaglie politiche in rete attraverso un blog ho sempre avuto la sensazione che tu fossi un po' maschilista. 
Complesso da spiegare in quanto il tuo maschilismo, nel tempo, è diventato misoginia che si è trasformata in misantropia. Selettiva.
Credo infatti che non ti stiano sulle scatole solo le donne ma tutto il genere umano della cui incondizionata ammirazione non puoi, purtroppo, fare a meno (del resto il VaffaDay è roba tua). Altrimenti chi genererebbe il traffico che rende il tuo blog, fonte Sole 24 Ore e non Donna Letizia, valutabile dai 5 ai 10 milioni di euro?


Hai definito Rita Levi Montalcini "vecchia puttana" colpevole, secondo te, di aver accettato il Nobel acquistato per lei da una multinazionale farmaceutica. Ma hai sostenuto, a suo tempo, il tanto discusso, e poco scientifico, Metodo Di Bella.
Hai scomunicato la tua consigliera bolognese Federica Salsi, colpevole, sempre secondo te, di aver accettato l'invito a Ballarò, in quanto la "televisione per lei era come il punto G". Ma hai serenamente perdonato, come un pastore con la pecora nera che torna all'ovile, tanti militanti che ugualmente si erano lasciati sedurre dalle poltrone dei talk show.
Infine, se non altro per non annoiare i miei pochi lettori, hai sostenuto battaglie contro l'ex governatore Fazio per la nota vicenda Antonveneta ma non hai disdegnato sottoscrivere un condono fiscale, uno dei tanti promossi dai governi Berlusconi. Insomma, mi dai l'impressione che tu sia sempre alla ricerca di un centro di gravità permanente, sempre attraente, sempre magnetico, e per questo motivo salti di battaglia in battaglia, circondato dall'afflato adorante di masse che sottosotto ti infastidiscono un po'.

Ora te la prendi con Umberto Veronesi
E ci sta. Del resto cosa sta accadendo nel mondo che potrebbe valere la tua attenzione veemente, il faro del tuo blog e dei tuoi lettori? Nulla, effettivamente. 
Ed allora prenditela anche con la prevenzione e avvolgi pure il tuo intervento con la scandalizzata denuncia che dietro alla diagnostica per immagine ci sono sporchi traffici e business illeciti! 
Convinci pure le tue militanti (mi auguro solo quelle, per rispetto ai neuroni di tutte le altre) che sottoporsi a screening programmati nel tempo sono solo delle manovre dell'internazionale sionista e che preoccuparsi di prevenire malattie mortali ha l'unico scopo di foraggiare i bonus dei Ceo delle multinazionali farmaceutiche.

Io continuerò a farmi la mia mammografia ed ecografia annuali perché purtroppo sono una di quelle persone che con il cancro deve convivere, come mia mamma, mia sorella, una mia cara amica, la moglie del mio capo, l'ex vicina di casa, la postina del paese vicino, la nuora di una mia collega, la compagna di scuola delle superiori. 
No, lei no. Antonella non ce l'ha fatta.


Una domanda, caro Grillo, perché te la sei presa con la mammografia? Lo sai che la diagnostica per immagini (e per pietà ti risparmio le tecniche della radioterapia dalla IORT in giù) promossa dall'Istituto guidato per anni da Veronesi negli ultimi anni è stata applicata con successo anche alle neoplasie della prostata? 
Il pisello si e le tette no? 
Altra battaglia selettiva di distrazione di massa?

In questi giorni di anticipo di estate, con gli esperti del meteo che hanno preventivato una stagione estiva caldissima, peggio del 2003, che durerà fino ad ottobre, e con pochi argomenti sui quali battagliare, finite le maratone elettorali, credo saranno dei mesi duri e stressanti per te, con tutta la diaspora interna che ti ritrovi. Ti consiglio un buen ritiro a Malindi, nel monolocale di Briatore, o a Lugano, ad incidere un'altra canzone con Mina. 
E lascia le donne tranquille, con il loro cancro, con la loro prevenzione e cura, con l'affetto dei loro cari e la professionalità degli operatori dei reparti di oncologia.


Ma siccome io parlo anche con le ricette non potevo non pensare ad una che è buona e che farà bene anche a te e che ricorda la Mamma quasi come la torta di mele: una bella confettura preparata con i mirtilli, il frutto blu che nella cromoterapia suggerisce calma e serenità (ho la sensazione ti manchino assai), ricco di antociani,  di vitamina A e C, con lo zenzero, radice preziosa e non solo in cucina e con lo zucchero di cocco, che possiede un indice glicemico più basso dello zucchero ed è ricco di sali minerali. 

Confettura di mirtilli e zenzero con zucchero di cocco
Ingredienti (per 4 vasetti da 250 gr)
1 kg di mirtilli
1 kg di zucchero di cocco
2 limoni bio
150 g di radice di zenzero fresca
2 bicchieri d’acqua.

Procedimento
Lavare ed asciugare i mirtilli, mondare la radice di zenzero della buccia con un pelapatate.
In una casseruola con il fondo pesante unire l’acqua, lo zucchero e il succo dei due limoni, portare al bollore e cuocere lo sciroppo per circa 10’.
Unire i mirtilli, riportare a bollore, mescolare bene, unire la radice di zenzero grattugiata e cucinare a fuoco dolce per 40’ o fino alla prova piattino.

Sterilizzare quattro vasetti di vetro immergendoli in una pentola d’acqua bollente, farli bollire per 10’ e con un paio di pinze ritirarli dall’acqua e farli asciugare appoggiandoli sopra un canovaccio pulito.

Versare all’interno dei vasetti la confettura bollente, avvitare un coperchio pulito, rovesciare i vasetti per ottenere il sottovuoto e lasciar raffreddare.
Conservare in dispensa al buio un mese prima di consumare la confettura.

IL CIBO CHE NON C'E'. Riflessioni sull'abbondanza e le nuove povertà



In occasione di Expo 2015, Manageritalia Milano affronta un tema di grande attualità che sta letteralmente sconvolgendo il nostro Paese: le nuove povertà.
Sempre più persone si rivolgono a centri di assistenza umanitaria perché non riescono a fare fronte alle prime necessità, mettendosi in fila per un pasto caldo o un sacchetto della spesa con i beni di prima necessità alimentare.

Manageritalia Milano da anni col suo gruppo Volontariato professionale mette a disposizione tempo e competenze i tanti manager associati per migliorare l’organizzazione e altri aspetti  gestionali di tante delle onlus impegnate nel dare risposta alla povertà, al bisogno e alla fame.  L’evento nasce per dare ancor più forza e sostanza all’opera meritoria dell tante organizzazioni coinvolte.

Partecipano all’incontro esponenti di Istituzioni che affrontano in prima linea questa nuova esigenza sociale insieme ad un importante sociologo e a giornaliste di grande livello e sensibilità al tema:


IL CIBO CHE NON C'E'
Riflessioni sull'abbondanza 
e le nuove povertà

Chiostri dell’Umanitaria
Via Daverio 7 - Milano
Venerdì 8 maggioOre 9.45

Maurizio Annoni
, presidente Opera San Francesco


Aldo Bonomi
sociologo, direttore Consorzio Aaster


Tessa Gelisio
giornalista, presidente Forplanet Onlus


Andrea Giussani
, presidente Fondazione Banco Alimentare Onlus


Luigi Rossi
, consigliere delegato Pane Quotidiano

modera Stella Pende

Segue quick lunch

Per adesioni:Segreteria Manageritalia Milano telefono 02.62535050

Sformatino di Stracchino alle erbe aromatiche e salsa di pere senapate. Per continuare a stra-biliare con Formaggi in Villa



La ricetta di oggi è dedicata al formaggio, ad uno stracchino dalla qualità indubbiamente superiore a molti altri che ho provato, e che si trovano in commercio, caratterizzato da una delicatezza e da una dolcezza tali da consentire una declinazione anche in versione dolce, come in questa ricetta.

A Formaggi in Villa, con il Caseificio Castellan, è stato organizzato un piccolo evento dove al pubblico presente sono stati fatti assaggiare in purezza alcuni dei prodotti del caseificio abbinati alle birre del "Birrone" altro produttore veneto pluripremiato nel corso degli ultimi anni. Il pubblico in sala ha assistito ad un incontro di saperi e sapori del territorio, di esperienze e passioni locali, di nicchie.
Si tratta infatti di prodotti che poco hanno a che fare con il frullatore mediatico nel quale si inseriscono alcuni prodotti, dalla quantomeno nebulosa reputazione, e ne riescono con immagini sfocate in tonalità  beige, caratteri dal font poco aggressivo, sorrisi paffuti e manine birichine, offerti da mamme sempre giovani e sempre dedite alla famiglia.

Nel caso di questi due produttori, invece, si ha a che fare con delle famiglie, delle persone che mettono la faccia in ogni singolo prodotto, che sono alla perenne ricerca della qualità senza rincorrere i grandi numeri (che comunque arrivano da soli perché quando uno è bravo c'è poco da fare), che amano sperimentare e sorridere, anche di sè stessi.

Tre sono state le birre che Annamaria Miotti, giovane e preparata sommelier Ais, ha proposto in abbinamento con tre dei formaggi Castellan: Heaven, una bianca speziata per il Biancone, Cibus (meravigliosa) con un formaggio di capra, un esperimento a km zero grazie al latte incredibilmente aromatico che un allevatore vicino ottiene grazie all'orzo inserito nell'alimentazione delle caprette e Punto G, una brock ambrata abbinata allo stracchino e, nello specifico, al dessert.
Un appagamento a tutto tondo, quindi, per palati diversi ed esigenti.

La ricetta proposta oggi, quindi, vede il famoso proverbio "Al contadino non far sapere quanto buono è il formaggio con le pere" declinato in un piatto elegante e delicato, che saprà piacevolmente stupirvi grazie al tocco gentile delle spezie.


Sformatino di Stracchino alle erbe aromatiche con salsa di pere senapate

Ingredienti (per 6 sformatini)
250 g di stracchino Castellan
250 g di panna fresca
3 albumi bio
timo, finocchietto, santoreggia, maggiorana
1 cucchiaino di liquirizia in polvere
2 pere Abate
1 scalogno
20 g di burro
2 cucchiai di vino passito
1 cucchiaio di senape
sale
pepe nero lungo

Preparazione
Lavare e pulire le erbe aromatiche, tritarle finemente trattenendo qualche fogliolina di timo o di finocchiertto per la decorazione.
In una terrina lavorare lo stracchino con una frusta, unire la panna, gli albumi, il trito aromatico, la liquirizia in polvere fino ad ottenere una crema morbida e senza grumi.
Versare il composto in tre stampini da budino o cocotte leggermente oliati all’interno, coprire la superficie con un foglio di carta forno leggermente oliato e del diametro della cocotte e cucinare il tutto a vapore per circa 30’ o fino a quando il composto si sarà rappreso.
Far raffreddare.
Tritare lo scalogno, farlo appassire in una casseruola con il burro, unire le pere tagliate in dadolata, far cuocere a fuoco medio per qualche minuto, unire il vino, sfumare e terminare la cottura. Unire la senape, frullare il tutto e passare al colino.
Impiattare usando un piatto a cappello di prete: versare un po’ di salsa a specchio, adagiare il budino, decorare con le foglioline aromatiche messe da parte, una macinata di pepe nero lungo e una cialdina di pane al pistacchio o una sfoglia di pane carasau.

"Mare Dentro”. Pan di Spagna con farina di canapa, farcia di ricotta al cardamomo con datteri, pistacchi e fave di cacao per l'Mtchallenge 47


"Mare Dentro"

“Cosa stai facendo?”
“Sto annusando il mare, Zio. Sai che basta il suo odore per farmi battere il cuore.”
“Via Lucia, se non battesse, saresti morta!” le rispose sorridendo lo zio Alvise, mentre era intento a spolverare i grandi volumi nella biblioteca del suo studio.
“Batte, anche se sei morto dentro. E’ un muscolo inconsapevole e fa il suo dovere, sempre. Fino a quando decide che basta.” concluse Lucia girandosi ad incontrare lo sguardo dello zio che sapeva aver appena alzato dalla pagina ingiallita dei suoi amati volumi, da sfiorare con guanti di morbido e candido cotone.

Beppino non si dava pace. La figlia della piccola Maria, l’amatissima sorella scomparsa tra le nebbie della sua mente in un pomeriggio di novembre, quella bambina che aveva sempre qualcosa di magico conservato nelle tasche dei suoi vezzosi grembiuli, stava diventando cieca.



Sostenne il suo sguardo limpido nonostante la malattia e, come sempre, la domanda che urlavano i suoi occhi rimaneva senza risposta.
“Perché?”
“Perché cosa, Lucia.”
“Perché a me?”
Il remo di un barchino stava sfiorando l'acqua del rio con tocchi gentili e ritmati, come fa una forchettina con le ultime briciole nel piatto, dove si affacciava il piccolo balcone riparato dal sole da una tenda verde, rifugio di Lucia da quando si era trasferita a Venezia. Non si trattava di un canale a grande scorrimento e perciò si riuscivano a cogliere i piccoli momenti di una quotidianità laboriosa, godendone di ogni singola emozione.

“Non che starei meglio se fosse capitato a qualcun altro, intendiamoci, ma non riesco a capire perché proprio a me questa malattia. Io devo vedere, zio, io ho bisogno come l’aria di osservare la vita attorno a me! Ho bisogno di sorridere alla vista del trucco troppo vistoso della zia Nerina, devo perdere lo sguardo tra le ordinatissime file di fagioli che la bisonna Virginia cura nel suo orto. Devo vedere le scalfitture del legno di ciliegio con cui è costruita la scala dove tu ti rifugi insieme ai tuoi libri più irraggiungibili! E poi mi manca tanto la campagna della mamma, l’odore dell’erba appena falciata che i coniglietti annuseranno prima di masticarla silenziosi e metodici, ho bisogno di calpestare la terra  a piedi scalzi prima che sorga il mattino, ho bisogno di sentire le cicale all’ombra del granaio e di perdermi a pensare osservando le eleganti geometrie delle ragnatele tessute tra le travi del soffitto, ho bisogno di emozionarmi al tocco morbido della mammella della vacca e del suo latte caldo e schiumoso…io, Zio, vorrei tanto andare in campagna, anche solo per un giorno.”


“Ma Lucia, non ti piace più Venezia? Volevi sempre venire qui da bimba e poi sai che io non ho mai guidato in vita mia!”

Lo zio era nel giusto. 
Aveva sempre vissuto con un misto di malinconia e superiorità la decisione della mamma di lasciare la casa di famiglia per trasferirsi in terraferma anzi, in campagna, in quella parte di terra ancora bagnata dalla laguna e dimenticata dagli uomini e dalla loro frenesia devastatrice. Tutta la famiglia, in realtà, aveva vissuto con dolore e distacco nello stesso tempo la scelta così estrema di Maria, la figlia violoncellista che aveva perso troppo giovane l’amore della sua vita, non prima di lasciarle in dono Lucia.
Non che le porte di casa si fossero chiuse alle spalle della mamma, certo che no! Ogni volta ritornare a Venezia era una festa: il motoscafo di legno lucido che l’aspettava all’imbarcadero, le sue scarpe di vernice lucida che calpestavano la moquette color caramello, le facciate lucide dei palazzi riflesse sul Canal Grande prima ed i piccoli rii dopo, fino a raggiungere il palazzo per lei più bello, dalle mura sempre bianche, con le camelie che facevano capolino dai ghirigori delle grate in ferro battuto e con l’emozione di percorrere il piccolo ponte, privato, che svelava un atrio dai mille colori disegnati dalle vetrate riccamente decorarate.

“Volevi sempre venire a Venezia…” ripeté a voce alta lo zio, credendo in realtà di essere con i suoi pensieri, mentre gli ritornavano alla mentre gli sguardi incuriositi di Lucia bimba, le mille domande, i sereni sorrisi ogni qualvolta scopriva un tesoro, quello che lei considerava un tesoro, come un bicchiere sbalzato della grande credenza, i riccioli di marmo che incorniciavano le statue dei leoni sparsi qua e là nel piccolo giardino tanto, alle volte, da sembrare di essere nella savana ed i gradini di marmo bianco, consunto, che sempre più stretti e bui, le consentivano di raggiungere la cantina ed i magazzini, dove forte si sentiva il pacioso sciacquio del mare. Alzò lo sguardo dai suoi libri e dai suoi pensieri, mentre la laguna si tingeva di rosso, salutando il giorno che stava finendo.

...

Lo zio entrò come un fulmine nello studio.
“Presto Lucia! Si va in gita, in campagna! Tu cambiati ed io preparo Alvise!"
Alvise, il sonnacchioso golden retriver addestrato ad accompagnare Lucia lungo i corridoi della grande casa, e che a stento si tratteneva nell’inseguire le gabbianelle al mercato di Rialto, si alzò stiracchiandosi.
Lo zio cedette a Lucia il guinzaglio, le porse il braccio, uscirono di casa attraverso il piccolo ponte che profumava delle rose antiche tanto amate dalla nonna, camminando di gran lena, con energia, un passo dietro all’altro che sembravano saltelli di gioia.

“Ma zio, dove stiamo andando?” chiese Lucia, mentre via via si allontanavano le voci ed i suoni che scandivano i percorsi abituali delle sue passeggiate cittadine vissute a naso all’all’aria
“E’ una sorpresa! Fidati!” sussurrò Beppino, appena ansimante, un po’ per il passo sostenuto ed un po’ per l’eccitazione.


Si fermarono e furono accolti da una voce calda, morbida. Buona.
“Faccia attenzione Signorina, c’è uno scalino malandrino. Ciao Beppino! E tu devi essere Alvise. Ma entrate e fate come foste a casa vostra. E attenti non infarinarvi troppo!” concluse sorridendo la voce di Bruno, l’artigiano dell’arte bianca che lo zio aveva conosciuto durante una sessione di ricerca alla Marciana, quando quasi per caso, scoprirono una vecchia ricetta,  un biscotto preparato con le briciole di mandorlato, che un cuoco distratto aveva dimenticato, secoli prima, tra le pagine della prima edizione  del libro di Bartomeo Scappi.

Lucia avvertì la confidenza tra i due uomini e ne fu divertita. Alvise l’accompagnò vicino ad una grande finestra da dove entrava impetuoso un sole caldo, caldissimo. Il cagnone si sedette, aspettando che la sua umana trovasse il giusto spazio dove posizionarsi.


“Lucia” le fece Bruno parlando lentamente come fosse una bimba al primo giorno di scuola, “ti guiderò nel mio mondo: ti farò toccare le farine e gli altri ingredienti, la sagoma delle impastatrici e degli stampi, i vassoi ed i matarelli, insomma i miei strumenti, i miei fedeli compagni.”
Le fece indossare un grembiule e glielo annodò quasi sul grembo, dopo aver incrociato i nastri dietro la schiena. “Questo è un torcione”, disse, mentre le aggiustò in vita un canovaccio di canapa robusta.

Per Lucia fu l’inizio di un viaggio in cui tutti i sensi appresero come non le accadeva da troppo tempo. Le mani si tuffarono prima ed accarezzarono poi farine impalpabili e dalle profumazioni più diverse, gustò cristalli di zucchero che sapevano di canti lontani, si sorprese con un burro dal prepotente gusto di latte e di prati e rise al rumore traballante della sfogliatrice che ogni tanto lasciava scappare dal nastro le sfoglie che via via rendeva più sottili.

“Voglio vederti.” esclamò all’improvviso Lucia, mettendosi quasi di fronte a Bruno che smise di respirare, imbarazzato. 
Con le mani che sapevano di farina e di zucchero gli toccò le sopraciglia ed erano come le aveva immaginate, ben disegnate e folte ma non ispide
“Sono nere, vero?”
“Si, come i capelli”, rispose cercando di non reagire al solletico.
I capelli! Alzò di poco le braccia e tuffò le dita in una lanugine morbida. Annusò da vicino. Era profumata. Non riusciva a capire la forma, le radici le aveva ben sentite ma sembrava non ci fossero le punte.
Bruno sorrise. “Aspetta” le disse “porto sempre i capelli raccolti”. Con un veloce movimento, dettato dall’abitudine, si tolse la striscia di tessuto che annodato ad arte avvolgeva i capelli e li proteggeva dalla farina e dalla fatica. Scesero dei boccoli prima sulle spalle, poi lungo la schiena. Un mantello dai mille odori, che sapeva di uomo.
“Ma hai i capelli lunghissimi!” esclamò Lucia intrecciando delicatamente le dita con i boccoli e mentre cercava di capirne la lunghezza la sua mano sfiorò le braccia di Bruno, muscolose, forti. Si concentrò solo sui polpastrelli e con piccoli tocchi, quasi dei sussurri, sfiorò gli avambracci e scese fino a toccare i polsi, sottili, e le mani dalle dita tornite.

Improvviso, l’abbraccio. 
Avvolgente, caldo, profumato.
Dopo i primi secondi Lucia lo restituì. Le sue braccia che da troppo tempo non venivano scaldate dal sole trovarono un varco e gli cinsero il bacino. Poi si allungarono e si allargarono sulla schiena, che sentiva ampia, senza riuscire a raggiungere le spalle. 
“Devi essere davvero un pezzo di ragazzo”, sussurrò Lucia, appoggiando la guancia sinistra sul petto di Bruno.
“Credo che maneggiare sacchi di farina per gran parte della giornata faccia la sua parte”, le rispose “ma credo di più al fatto che tu non ricevi un abbraccio da troppo tempo.”
Lucia lo strinse appena, come ad incoraggiarlo a continuare.
Lo conosci il movimento che prende il nome di “Free Hugs”?
“Abbracci liberi?” continuò lei.
“Si, è nato qualche anno credo in Australia. Persone comuni offrono il loro abbraccio a perfetti sconosciuti. Siamo connessi con il mondo eppure la nostra pelle, il nostro organo di senso più completo e complesso diventa sempre più arida, sempre più trascurata. L'abbraccio è una grande medicina, trasferisce energia e dà alla persona che viene abbracciata una forte emozione. Si dice che abbiamo bisogno di quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per mantenerci sani e dodici per crescere come esseri umani. Non bisognerebbe mai far tramontare il sole senza un abbraccio”. 
Con queste ultime parole Bruno sciolse l’abbraccio e le raccolse i capelli che a loro volta si erano sciolti, come volessero voluto prendere parte al dono dell'abbraccio.



Era oramai sera quando lo zio la venne a prendere.
“Ti è piaciuta la gita?” le domandò con voce sorniona.
Lucia lasciò che si avvicinasse e l’abbracciò, in silenzio. Alvise abbaiò e si alzò sulle zampe posteriori, raggiungendo Lucia in altezza abbracciandoli, a suo modo, entrambi.
“Lo conosci il movimento di Free Hugs”? gli chiese Lucia sciogliendo l’abbraccio e cercando di tranquillizzare Alvise che scodinzolava come se non ci fosse un domani.
“Perché ne facciamo parte entrambi da oggi. Ma ti spiegherò tutto tornando a casa.”
Si girò, cercando Bruno, aveva imparato il suo odore e sentiva che si stava avvicinando per salutarla. 
“Torna presto” le disse sfiorandole il palmo delle mani “c’è da far sorgere il sole ogni mattina.”
...

E’ di Lucia la ricetta della sfida #47 dell’Mtchallenge lanciata da Caris, il cui nome ,“Mare Dentro”, sta ad indicare il luogo dove l’acqua avvolge e regala l’abbraccio più completo che ogni essere umano può ricevere. Del resto noi ci formiamo nell’abbraccio del liquido amniotico e qualcosa deve sicuramente voler dire. 
Acqua quindi ma acqua feconda come quella dei mari, dove ha avuto inizio la vita, e quella della laguna di Venezia, per me ovviamente, è stata un’acqua fecondissima e che ha saputo accogliere, raccogliere, elaborare, condividere.
Lucia ha ricordi però di terraferma e quindi il pan di spagna non poteva che sapere di erba (ecco l’uso della farina di canapa sativa) e di latte (la ricotta fatta in casa). Ma il Sud che è dentro di me non poteva non metterci lo zampino ed ecco la dolcezza, unica, dell’estratto di datteri e di questi inseriti come elemento croccante, unitamente ai pistacchi tritati. I datteri in questione provengono da un’oasi particolare, quella di Al Jufrah, un crocevia di uomini e animali che trovavano nelle maestose palme, nell’acqua fresca e nei succosi datteri ristoro e consolazione e diventata presidio Terra Madre, in un luogo in cui ora regna solo caos e disperazione, come la Libia del post dittatore.
Il sud ed il nord anche nella bagna, grazie al miele di barena, un luogo della laguna dove apicoltori “estremi” portano le arnie, da luglio a settembre, in una specie di transumanza tra terra e mare e che grazie alla particolare vegetazione formata da astro marino, limonio comune e salicornia veneta dona al miele un sapore salmastro; la parte alcolica viene da Marsala e da un vino passito, il Bukkuram, che da solo potrebbe narrare racconti lunghi una vita.
Come vedete tutto torna: si parte dall’acqua e dalla contaminazione e si torna nell’acqua e nella contaminazione. Perchè unitamente al rispetto sono come gli abbracci: aiutano a diventare grandi.



“Mare Dentro” ovvero Pan di Spagna con farina di canapa, farcia di ricotta al cardamomo con datteri, pistacchi e fave di cacao 

  Pan di Spagna tradizionale a freddo (ricetta di di Iginio Massari)
Ingredienti (per due pan di spagna diametro 23 cm)
600 g di Uova intere
400 g di zucchero semolato
3 g di sale di Cervia
la scorza di mezzo limone bio
270 g Petra 5
30 g di farina di canapa sativa bio
100 g fecola

Procedimento
Montare in planetaria con una frusta fine: uova intere, zucchero, sale limone per circa 20 minuti a media velocità.
Setacciare due volte le farina con la fecola e incorporare delicatamente a pioggia in tre momenti diversi
Versare il composto in due stampi oliati e leggermente infarinati e cuocere a 170° per circa 30’ avendo l’accortezza di non chiudere completamente lo sportello del forno, inserendo un mestolo di legno, per far uscire l’eccesso di umidità.

Farcia di ricotta al cardamomo con datteri e succo di datteri
Ingredienti
3 litri di latte crudo
90 g di succo di limone
50 g di estratto di datteri
50 g di pistacchi
18 datteri freschi delle oasi di Al Jufrah (Libia)
10 fave di cacao
9 semi di cardamomo verde
6 g di colla di pesce

Procedimento
Far riposare in frigo per una notte il latte con i semi di cardamomo pestati con il mortaio. Filtrare prima di utilizzare.
Cuocere nel forno a microonde per 12’ a 800w un litro di latte alla volta, unire 30 g di succo di limone filtrato, mescolare, far riposare 30’, versare in una reggetta da ricotta ed abbattere. Ripetere con il latte rimasto. Si otterranno circa 750 g di ricotta. Passarla al setaccio.
Tagliare a concassè i datteri: se freschi non serve far nulla, se appena un po’ essiccati ammorbidirli nel succo di un’arancia per circa 30’.
Nel forno caldo a 140° cuocere le fave di cacao per 15’, far raffreddare, eliminare la pellicola e tritare grossolanamente.
Tritare grossolanamente i pistacchi tostati al coltello. Mettere da parte.
Ammollare in acqua fredda la colla di pesce, strizzarla e scioglierla a microonde per 10’’ alla massima temperatura.
In una ciotola unire la ricotta setacciata, l’estratto di datteri e la colla di pesce, mescolare con una frusta, inserire in un sac a poche e mettere da parte.

Bagna aromatica
Ingredienti
150 g di acqua
50 g di miele di Barena

Procedimento
Portare a bollore l’acqua e sciogliere il miele e il vino. Ridurre. Abbattere o far raffreddare.

Tagliare i pan di spagna a metà nel senso orizzontale, eliminare la crosta superiore ed esterna, frullarla con ¼ di un disco del secondo pan di spagna e mettere da parte.
Aromatizzare entrambi i dischi con la bagna, distribuire la farcia, continuare con il trito di pistacchi, il concassè di datteri e la spolverata di fava di cacao. Coprire con un disco di pan di spagna. Gli ingredineti sono sufficienti per un secondo strato ma ci si può fermare qui ed utilizzare il pan di spagna per un insolito tiramisù.
Spalmare la farcia restante sulla superficie e sul bordo, spolverare con le briciole di pan di spagna, bordo compreso, decorare con fiori freschi di rosmarino.

E’ possibile completare la decorazione con ciuffi di panna fresca, 250 g, dolcificata con 20 g di estratto di dattero, inserita in un sifone con 1 carica, agitata per qualche secondo e conservata in frigo fino al momento del servizio.