Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO

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20foodblogger, 20prodotti, una passione: Pomodorino di Torre Guaceto o Cipolla di Acquaviva? ;)

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Happy Birthday Ale!


«In quella stanza così stranamente arredata, un uomo sta seduto su una poltrona zoppicante: è di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana. Lunghi capelli gli cadono sugli omeri: una barba nerissima gli incornicia il volto leggermente abbronzato. Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo.»

James Raffles alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e osservò soddisfatto lo skyline che si allungava oltre le sue lunghe gambe modellate da anni di atletica.
Si, poteva essere soddisfatto. Soprattutto di sè stesso.
La città aveva superato brillantemente la crisi finanziaria che dall'altra parte del Pacifico aveva decimato squali abituati a nuotare con la corrente a favore. 
"Ma io sono stato più abile!" e con un movimento felino si alzò dall'avvolgente Barcelona, sorridendo al fedele Arthur che come ad ogni imbrunire lo viziava con un Martini magistralmente miscelato.
"Il Prefetto ha chiesto di Lei" lo avvisò il maggiordomo. "E' nello studio bianco: lo vuole ricevere?"
"Certo Arthur! Non possiamo far aspettare il nostro Ospite. Mesi fa gli avevo dato indicazioni ben precise circa le modalità di svolgimento del Festival del cibo e verrà semplicemente a relazionarmi." Il maggiordomo uscì dalla stanza senza replicare e mentre James sorseggiava il suo drink uno strano brivido gli gelò la schiena dalle ampie spalle.
Eppure...


Il Prefetto entrò senza essere annunciato, quasi trafelato. L'umidità di una primavera stranamente calda aveva appiccicato ad un torace senza forma la camicia in lino di fattura italiana. Si terse il sudore con il fazzoletto candido e rimase in piedi, con la giacca ben piegata sul braccio sinistro, come uno scolaretto in attesa di essere interrogato dall'insegnante che ben conosceva le sue mancanze.
"Sir Guillonk, dopo tanti anni non si è ancora abituato al nostro clima" lo accolse James con un sorriso quasi beffardo. "Posso offrirle qualcosa da bere? chiese senza attendere risposta, versando il solito doppio whisky torbato senza ghiaccio. Che fu bevuto tutto d'un sorso, come avrebbe fatto un naufrago dopo giorni trascorsi in balia delle onde e della sorte.
Un secondo brivido segnò la schiena e la tranquillità di James.


Il Prefetto, animato dall'alcool, si dimostrò un fiume in piena. Raccontò quanto aveva vissuto nei mesi precedenti, della donna italiana che giunta all'inizio dell'anno in città gli aveva causato una marea di problemi che neppure Sandokan ai tempi di suo bisnonno, e che aveva trasformato il comitato organizzatore del Festival del cibo di Singapore in una specie di collettivo femminile, refrattario a qualsiasi ordine o disposizione, di cui aveva letto qualcosa, da giovane universitario, nei manuali di sociologia che tanto impazzavano nel campus durante gli anni '80.
James ascoltava sgomento 
"Ma chi è, chi è questa donna?!" urlò furibondo. "Voglio il nome!"
"La chiamano la "Perla di Belin" e l'intelligence sta producendo dossier su di lei e sulle aderenti ad una strana setta italiana dal nome inglese, l'Mtchallenge. Purtroppo anche dalle intercettazioni non si capisce molto. Comunicano con una specie di linguaggio, una sorta di codice Enigma che si ispira all'enogastronomia. Di più non so dirle".
"Ma tutto ciò è pazzesco! E come spiega il fatto che in questi mesi non siete riusciti a fermarla?!" esclamò James, sempre più esasperato.
Il Prefetto abbasso il capo, balbettando scuse, che non interessavano a nessuno.
James alzò lo sguardo mentre il cielo si tingeva di rosso. Andò al mobile bar e si preparò un drink rabbioso che bevve senza goderne.
Alzò il bicchiere vuoto e brindò a quella donna che l'aveva vinto senza averlo mai sfidato.
"Hai vinto Perla di Belin. Il Festival del cibo di Singapore è tuo."

Buon Compleanno Alessandra :)



Funeral Pie (ricetta di Alessandra Gennaro, leggermente modificata)
Ingredienti (per 8 tortine da 8-10 cm di diametro)
Per la frolla:
250 g di farina debole
125 g di burro
20 g di zucchero
40 g di acqua a temperatura ambiente
1 uovo bio
1 pizzico di sale
la scorza di un limone bio

Per il ripieno:
300 g di uvetta non reidratata
500 g d'acqua
80 g di zucchero di canna muscobado
100 g di zucchero semolato aromatizzato alla vaniglia
50 g di amido di mais
50 g di burro
1 cucchiaio di aceto di mele
1 cucchiaino di cannella in polvere
1 cucchiaino di coriandolo in polvere
1 cucchiaino di zenzero in polvere
un pizzico di sale ed una macinata abbondante di pepe nero lungo
1 tuorolo ed un po' di latte per la cottura.

Procedimento
Impastare la frolla impastando velocemente gli ingredienti a temperatura ambiente. Formare un panetto, inserirlo all'interno di un sacchetto abbatterlo o farlo riposare in frigo per almeno un'ora.
Nel frattempo, preparate il ripieno
In una casseruola in ghisa unire l'uvetta e 350 g di acqua, portare a bollore e cucinare a fiamma media per  5 minuti.
In una terrina, unite gli zucchero, l'amido, le spezie ed il sale, aggiungete l'acqua restante e mescolate velocemente, fino ad amalgamare tutti gli ingredienti.
Versare questo composto nella casseruola e mescolare continuamente, portando a bollore a fiamma dolce. Unire
aggiungere l'aceto e il burro e mantenere sul fuoco fino a quando il burro si è completamente sciolto. Abbattere e mettere da parte.

Stendere la frolla e foderare le mini tortiere da pie precedentemente oliate, bucherellare la superficie e mettere in abbattitore per 20' sia le tortine che la pasta frolla avanzata.
Dividere la farcia, riempire le tartellette, spennellare i bordi con il tuorlo d'uovo e coprire con la frolla avanzata e stesa abbastanza sottile. Rimettere in abbattitore ed accendere il forno statico a 180°.
Spennellare la superficie con il tuorlo mescolato ad un paio di cucchiai di latte, inciderla con 3 piccoli tagli e cuocere per circa 25', facendo attenzione che la frolla non si scurisca troppo. Altrimenti coprire con un foglio di carta alluminio.
Sfornare, abbattere e servire a temperatura ambiente con una tazza di buon tè (consiglio, al bergamotto).


Trota salmonata al cartoccio, se non sai che pesci pigliare


Non direi proprio che sono un'appassionata di pesca.
Soffro il mal di mare, anzi, di movimento, e l'unica volta che pescai da terra, in un laghetto a Fiera di Primiero, fui presa dal tal rimorso nel momento in cui avrei dovuto esaltarmi per l'obiettivo raggiunto che tolsi il piccolissimo amo (utilizzato senza esca in quanto esistono dei vermi di tutto rispetto ed ai quali non potrei mai far del male) e riconsegnai la trota pescata alle fredde acque di provenienza.


Però il pesce mi piace e mi piace anche cucinarlo in quanto riesce a dare il meglio di sé anche con cotture semplicissime, come quella che vi propongo oggi, e che riescono a preservare le qualità organolettiche così preziose, come l'Omega3, un grasso essenziale per l'organismo umano in quanto agisce sui lipidi del sangue (soprattutto nei trigliceridi) e sono fondamentali per il rallentamento del processo aterosclerotico.


La trota salmonata, dalle carni così rosate grazie all'alimentazione a cui viene sottoposta, è un po' la cartina di tornasole della pulizia delle acque nelle quali vive: devono essere appunto molto pulite ed ossigenate, incapace com'è di sopravvivere all'inquinamento. Non ama vivere sulla superficie e preferisce le acque fredde e profonde e da grande nuotatrice com'è sviluppa una muscolatura possente.


E quali altre qualità possiede la carne della trota? E' anche magra, anzi magrissima, e non supera il 5%. In questa ricetta, infatti, proprio grazie alla magrezza della carni di questo pesce, è possibile giocare con il gusto della pancetta che con la cottura in forno, unitamente al limone ed al rosmarino, donerà al piatto un profumo davvero unico.


Per il procedimento e la ricetta qui, unitamente a tante altre proposte per il mese di gennaio, nel sito de #lebuonericette di Pam e Panorama.


Buon lavoro e buon appettito.

La farcia della pasta ripiena: un intervallo goloso tra due atti teatrali


Lo studio della "cucina" riserva sempre delle piacevolissime sorprese tanto da trasformare ai nostri occhi anche il cibo più consueto, quello dal quale non ti aspetteresti sorpresa alcuna.

La pasta ripiena dalle forme più diverse è un piatto che vede la sua origine nel medioevo anche se Apicio, nella sua opera enciclopedica, scriveva di "pasticci" ovvero strati di pasta preparata con farine miste e diverse, come quella di farro o di ceci, che racchiudevano dei ripieni alquanto bizzarri e preparati con carne, pesce, crostacei, frutta e verdura, spesso tutti insieme.

Il composto che riempie un involucro di pasta viene chiamato anche "farcia". Ma qual'è l'etimologia di questa parola? Ebbene, incredibile a dirsi, ma farcia, ovvero un qualcosa che sta "in mezzo", stava ad indicare anche quell'intermezzo scherzoso o farsesco, appunto, leggero e comico che fin dal medioevo serviva a "riempire" i naturali momenti di pausa di una rappresentazione sacra.


Con il tempo il termine "farsa" andò a definire un determinato genere teatrale mentre "farcia" divenne un concetto unicamente gastronomico.


Oggi, quindi, si va di farcia golosa e profumata, racchiusa da una pasta preparata con lo strutto che ne consentirà duttilità e morbidezza, durante la lavorazione, fino all'ultimo grammo ovvero le Empanadas, un piatto di origine spagnola che poi attraversò l'oceano ma che, grazie alla sua forma a mezzaluna, ha sicuramente origini arabe e che si ritrova, con ripieni diversi, sotto forma di burriche, ravioli o samosas, in tutti i continenti.


Buon lavoro e buon appetito!

La Playlist per la sfida #44 dell'Mtchallenge: perché non di solo pane vive il blogger


Una delle ultime canzoni postate per il Mtchallenge era la sigla del cartone “Heidi”, dove le caprette fanno miao e, neanche fossi una sensitiva, la sfida di Gennaio ci porta proprio in montagna con i meravigliosi Canederli di Monica. E naturalmente dalla regia mi dicono che abbiamo la video ricetta, pardon, la video-musical-ricetta, con tanto di traduzione espressa degli ingredienti:
persemolo: prezzemolo
sigole: cipolle
balotole: palline
fregole: briciole
cichera: tazza.
I canderli trentitini si accompagnano con capussi (cappuccio), luganega (salsiccia), smacafam che corrisponde ad una torta, Macafame, anch’essa preparata con il pane e poi l’immancabile vino santo, il Marzemino, in quanto anche i Trentini, come i Veneti ed i Friulani, sono un popolo enologicamente all’avanguardia.


La madre di tutti gli ingredienti per la preparazione dei canederli è il pane che, un po’ come il prezzemolo, non ama stare da solo e lo si trova accompagnato con companatici di diversa natura.

Ecco un po’ di suggerimenti per la playlist di questa sfida

Pane e frittata – Rocco Papaleo

Pane e rap -  Rocco Hunt

Pane e castagne – Francesco De Gregori

Pane e merda - Gel feat Metal Carter, Cole, Noyz Narcos

Pane e veleno – Totò (Miseria e Nobiltà)

Ma come si prepara il pane? Seguono altri suggerimenti:

Acqua e sale – Mina e Celentano

La guerra di Piero – Fabrizio de Andrè

Vorrei chiudere con un omaggio ad un Artista che amo molto anzi molto più di molto che ci ha lasciato qualche giorno fa. Un cuore ballerino, come molti di noi, ed ogni giorno un progetto nuovo e forse è proprio questo fuoco che brucia dentro che rende persone appassionate persone speciali.
Io l’ascolto molto spesso, quasi ogni giorno e con le sue note sono nati molti dei personaggi che poi cucinano le ricette per la sfida più viva del web.

Questa è per quando ci si sfiderà sul caffè..
Pino Daniele - 'Na Tazzulella 'e Cafè (Terra Mia)

…questa per le donne che prendono forma sulla carta e poi vivono di vita propria…

Femmena – Pino Daniela

…e questa è per voi. Tutti sul cubo!
Pino Daniele - Yes i know my way

Buon ascolto e buona sfida!
Amp

Dal 17 al 21 gannaio il Molino Quaglia al #Sigep con PETRA® al centro di una filiera che dal campo porta a partener italiani selezionati


Si chiama Petra Selected Partners ed è il progetto che il Molino Quaglia presenterà durante la prossima edizione di Sigep(Salone Internazionale gelateria, pasticceria e panificazione artigianali) che si terrà a Rimini dal 17 al 21 gennaio.

L'iniziativa prevede la nomina dei primi 50 partner scelti tra le migliori pasticceriepanetterie e pizzerie d'Italia: un modo per aiutare il consumatore a riconoscere l'utilizzo delle farine Petra® (1, 3, 5 e 9) realizzando un itinerario tutto italiano capace di individuare i luoghi dove acquistare e degustare la farina macinata a pietra con grano 100% italiano del Molino Quaglia.

Ma nello stand del Molino Quaglia (Hall B5D5 -stand 3.) sarà possibile, durante l'interno corso del Sigep, dialogare con un gruppo di esperti (pasticceri, cuochi, esperti di lieviti) che illustrerà le tecniche per usare al meglio le farine della linea Petra®, ma anche quelle tecnico-professionali e senza glutine.

E naturalmente le farine personalizzate con i Bricks di PetraViva®: Bricks che per la prima volta saranno presentati nella nuova linea professionale in confezioni da 5 kg.
All'interno dello stand si parlerà inoltre di impasti attraverso quelle che sono state chiamate la ruota del pane, la ruota della pizza e la ruota della pasticceria. Ogni ruota, che introduce la necessità di variare la logica di assortimento coniugando profilo nutrizionale e forme del pane, avrà varianti di gusto e contenuto nutrizionale. Per il pane ci sarà soprattutto la ciabatta proposta in quattro varianti, per la pizza quattro diversi impasti con differenti profili nutrizionali e di struttura, per il dolce quattro varianti di struttura con un focus importante sui bignè assortiti.

La scelta di illustrare la lavorazione degli impasti che partono da una materia prima tracciata e di assoluta qualità rientra nell'ottica della formazione che da sempre il Molino Quaglia persegue a Vighizzolo d'Este (Pd). Proprio per imparare a lavorare la farina in modo ottimale il Molino offre nel corso dell'anno una vasta gamma di corsi professionali e amatoriali dedicati all'arte bianca (www.lascuoladelmolino.com). Conoscere gli ingredienti, risalire all'origine del grano, imparare le migliori tecniche di lavorazione della farina sono la base imprescindibile per realizzare prodotti capaci di esprimere una creatività che ha alle spalle non solo l'emozione di un piatto, ma la sostanza della sua realizzazione.

E per sottolineare l'importanza della conoscenza delle origini di un prodotto, il Molino Quaglia ha deciso di sostenere il progetto Barista e Farmer, il primo reality show al mondo basato sul caffè, che sarà tra i protagonisti di questa edizione del Sigep.

Per maggiori informazioni www.molinoquaglia.com 

#lebuonericette e il #menuperdue per riprendere con gusto e leggerezza con gli spiedini di maiale marinato all'arancia e mele

Il 17 gennaio il calendario cristiano festeggia Sant’Antonio Abate, ispiratore del monachesimo occidentale, uno dei santi più venerati per le sue battaglie contro i demoni.
Secondo la credenza popolare il diavolo s’incarnerebbe nel maiale, così le immagini religiose del Santo con accanto un porco sottomesso, hanno finito per farlo diventare anche il protettore di tutto il bestiame. 
Sant’Antonio si celebra sia con una benedizione agli animali impartita sul sagrato delle chiese, sia accendendo grandi falò per purificare il terreno da sterpi e foglie. Per la devozione popolare questo santo, patrono del focolare domestico perché capace di sottomettere fiamme e demoni, è ritenuto pure in grado di far guarire herpes zoster dolorosissimi come il “fuoco di Sant’Antonio”.


Il maiale, del quale è risaputo non si butta via niente, ha sempre rappresentato la cassaforte alimentare delle nostre comunità contadine, e baluardo indispensabile contro la fame. Morfologicamente quello di ieri era assai diverso da quello rosa di oggi, impostoci dalle immagini dei cartoni animati. 
Il colore del suo manto era scuro, rosso o nerastro; veniva allevato nei boschi dove si alimentava con ghiande e prodotti naturali; era snello, di testa grande e lunga, grifo appuntito, orecchie corte ed erette, canini bene in vista.
Una di queste razze autoctone era la cinta senese (oggi fortunatamente recuperata), la cui immagine si può ammirare nell’affresco del Buon Governo dipinto dal Lorenzetti nel palazzo comunale di Siena. 
Ma perché il maiale era così diffuso e festeggiato già nel passato? Semplicemente perché il bestiame di grandi dimensioni veniva destinato al lavoro nei campi, le pecore o le capre servivano per la produzione di latte, lana o pelli, mentre l’allevamento del maiale garantiva carni facilmente conservabili se salate, affumicate o insaccate. 


Un pensiero: quando oggi usiamo il termine “porco” per offendere o identificare ciò che è disprezzabile, pensiamoci bene.
Non possiamo dimenticare che questo animale ci ha sempre offerto autentici gioielli come il culatello, il prosciutto, la mortadella, lo zampone, il salame, la pancetta, la soppressata e ancora più. (fonte Taccuini Storici).


Non vi è venuto appetito leggendo? A me si! Ed allora ecco un menù per due da condividere non solo a tavola ma anche ai fornelli.

Buon appetito!

Alla scoperta del piatto più tricolore del web: ultimi giorni per partecipare al contest di Tre Spade e Slow Food


Ecco un contest che non dovreste perdere!

Sei un foodblogger con la passione per la cucina italiana?
Hai tempo fino al 16 gennaio 2015 per realizzare il tuo piatto, inviaci la ricetta e qualche foto... e il contest è servito!
Tre Spade Slow Food sceglieranno i migliori e li faranno sfidare all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Entra a far parte delle eccellenze da 120 e lode in cucina,  vieni a trovarci su Facebookla prossima ricetta potrebbe essere la tua!

Montepremi, info e regolamento su: http://www.trespade.it/it/concorso_foodblogger.php

Nel 2015 avremo Saturno contro. Ma anche Giove nel Leone e Urano nell'Ariete. Servono una fiaba ed un finger food



- Lei si è mai drogata?
- No, io faccio l'uncinetto.
Ho scelto una delle più belle frasi del famoso film di Ferzan Ozpetec, "Saturno contro”, girato nel 2007 che, nella narrazione sulla separazione in realtà elabora un lutto, per il benvenuto al nuovo anno che verrà.

Saturno è il pianeta del tempo, della saggezza e, da un certo punto di vista, della vecchiaia e ci sfiora o ci abbatte ogni trent’anni, chiedendo i bilanci del nostro operato, pretendendo razionalità e concretezza, esigendo il taglio dei rami secchi. Ci potrebbe massacrare, è vero, ma è esattamente quello che dovrebbe fare ogni bravo contadino dinanzi all’albero da potare.
La potatura inizia con un’analisi, e quindi con una riflessione, sulla tipologia dell’albero, la qualità della terra che lo accoglie, se può svettare maestoso oppure è compresso dalla presenza ingombrante di altri alberi e arbusti. Alle volte parassiti.
Poi lo toccherà, la sua corteccia ed i suoi rami, per rendersi conto di ferite vecchie e nuove e della loro guarigione, e per assicurarsi che la linfa scorra in lui senza intoppi, fluida. Energia per la vita.
Guarderà l’esterno per comprendere l’interno e quindi inizierà a tagliare, a ripulire bene.
Corpo, mente e spirito.
Ecco cosa chiede Saturno.
Saturno in Sagittario indica quindi il ritorno ad una “tensione etica” e forse ci ripulirà finalmente dal vuoto, dalla superficialità  e dal narcisismo degli anni ’80.
Giove nel Leone e Urano nell’Ariete, segni di fuoco come il Sagittario, infine porteranno “luce, chiarezza, cuore, passione”. Come suggerisce anche la lunga sosta di Venere nel Leone, il pianeta della piccola fortuna, quella quotidiana, quella del sorriso sincero.
Tutti insieme a far piazza pulita di segreti e bugie, di mistificazioni ed oscurità.
Insomma, sarà tutto meno cool ed i meriti, reali e non percepiti, saranno il frutto della raccolta di quanto seminato. Frutto di lavoro costante, di fatica, di regole. Di etica.

Anche nel mondo del food, mi auguro. A prescindere dall’Expo. 
Una vera consapevolezza di cosa vuol dire “salvare il pianeta”. Parafrasando una citazione famosa del film “Gli intoccabili”, la fine delle “chiacchiere del distintivo”.


Il mio dono, per il 2015, in linea con quanto detto sopra, è un finger, sviluppato per l'appena trascorso TecnoeFood, Salone Biennale dedicato alla ristorazione del Nord-Est, dove ho cercato, nel suo sviluppo, di raccontare il cibo attraverso tutti i sensi.

Durante il cooking lab ho chiesto ai presenti di cercare con lo smartphone una canzone dei Radiodervish che amo davvero molto, Everan, cantata dall'artista libanese Nabil Salameh. Il testo racconta una fiaba dolcissima, quella di una bimba che chiede ad una fata di possedere la Luna e questa le chiede un sacrificio: per dieci mesi, ogni mese, dovrà rimanere sveglia una notte. Durante l'ultima notte però la bimba si addormenta e la fata, intenerita, la vuole premiare lo stesso: per tutta la vita il suo cuore resterà un cuore di bimba, puro, intimamente connesso con la natura e con l'unica e vera grande bellezza ovvero quella dell'Universo.

Con le sue note Everan ha avvolto gli ingredienti e gli strumenti di lavoro, mentre il finger prendeva forma nel racconto e nell'ipotetica cucina di una popolazione araba nomade, magari i Tuaregh, che quindi non poteva avere a disposizione strumenti troppo sofisticati, nè lunghissimi tempi di lievitazione o luoghi dove far riposare e maturare prodotti caseari (il tema dei laboratori) ma grande comunque era il desiderio di far festa, di condividere, di portare luce ed energia in un incontro. 
Un severo pane di segale, Saturno, sorregge una terrina preparata con il Blu di Langa e con la Labna, un prodotto del latte preparato dai nostri vicini di Mediterraneo. A dare profumo il coriandolo, la spezia della condivisione, e il pepe nero di Sarawak, dalla presenza importante ma non invadente. La croccantezza portata dai pistacchi e l'elegante dolcezza dei datteri completano la farcia racchiusa ai lati da sfoglie di Blu di Langa.
La decorazione richiama ancora severità, grazie alla fava di cacao, il mediterraneo, con la julienne di arancio candito, e un sorriso, per la presenza svettante della cialda di tapioca colorata con la purea di rapa rossa.

Vi lascio con la traduzione del testo della canzone, ovvero con la bellissima fiaba ed il messaggio di fatica e di speranza in essa raccolto.

Passarono i giorni / E la fanciulla da sola / Sognava in segreto / La luna che viaggiava nel cielo /Dolci tracce di gigli e d'argento/ Un viso grazioso che s'illuminava/Quando i raggi della luna lo accarezzavano /Ma la luna è altissima nel cielo/Costerà dieci lunghe notti di veglia/Se io fossi una stellina/Darei al mio amore/ Pur di averlo vicino/ L'anima e la luce dei miei occhi/Il sogno della fanciulla/Diventava di giorno in giorno/Sempre più grande/ E una notte mentre dormiva/ Venne nel sogno una fata/Che le pronunciò queste parole:/Avere la luna ti costerà tantissimo/Sono dieci lunghe notti di veglia/ Se io fossi una stellina/Darei al mio amore/Pur di averlo vicino/L'anima e la luce dei miei occhi.

Buon 2015.



Terrina di Blu di Langa con labna, datteri, pistacchio e pane alla segale tostato con julienne di arancia candita e miele di castagno

Ingredienti (per una terrina di 18-20 cm circa)
500 gr di Blu di Langa
250 gr di labna (500 g di yogurt bianco, una presa di sale e qui la tecnica per la preparazione )
50 g di pistacchio
50 g di datteri
1 cucchiaino di pepe nero di Sarawak
1 cucchiaino di coriandolo
5 g di colla di pesce.

Procedimento
Mettere in ammollo la gelatina in acqua fredda.
Tagliare i datteri a julienne e tritare grossolanamente i pistacchi.
In una ciotola mescolare la labna con datteri, pistacchi, le spezie e la gelatina strizzata e sciolta a microonde ed inserire la farcia in un sac a poche.
Tagliare il Blu di Langa a fettine sottili.
Foderare la terrina con pellicola alimentare lasciando che ne sporga un po’ dai bordi.
Foderare con le fettine di blu le pareti della terrina e riempire con la farcia, livellare e terminare con un ultimo strato di blu.
Abbattere in negativo.
Coppare il pane di segale con un taglia biscotti diametro 5 cm, tostarlo, porre alla base un velo di miele di castagno ed una fettina di terrina (portata a temperatura ambiente).
Guarnire con julienne di arancio candito, crue di cacao e cialdina di tapioca alla rapa rossa.