martedì 9 marzo 2010

Una nuova avventura con Cibvs

Conoscete Cibvs? Sicuramente si!

Molti di voi foodblogger riportano il banner di questo sito, nella blosfera da cibvs_logo_150qualche tempo. Il team che se ne occupata è davvero stimolante come accattivante è il modo che hanno di parlare di tutto quanto è enogastronomia.

Sarà stato Cibvs, oppure Sakamoto, ma con  Christian  è diventato naturale parlare come di fronte ad un bicchiere di vino per cui….perchè non collaborare?

Ed eccoci, insieme, anche con Stefano Buso, in questa nuova avventura, in un’arca dei sapori e dei profumi. Chissà dove approderemo. Intanto si parte, con un’intervista un po’ rivelatrice.

Dai, navigate insieme a noi! ;-)

sabato 6 marzo 2010

La saggezza delle donne e l’utilità del maiale.

Recenti ritrovamenti archeologici danno definitivamente al maiale un ruolo fondamentale per la trasformazione che avvenne dell’uomo nel neolitico. Dove? Ma nella cara Mesopotamia, mezzaluna fertile ed ispiratrice, dove all’addomesticamento del cane seguì, se non addirittura in contemporanea, quello del maiale, mammifero molto intelligente ed abitante dei boschi. L’uomo, prima di diventare agricoltore, e quindi stanziale ed “addomesticato” nel senso di rispettoso delle regole, fu pastore, simbolo di inciviltà e rozzezza. Del resto, dopo la cacciata dall’Eden, Caino (quello cattivo) divenne pastore mentre il povero Abele si dedicava alla coltivazione dei frutti della madre terra: le civiltà nomadi, patriarcali ed inevitabilmente maschiliste, dove la donna-madre usa la sua sensualità per mandare in rovina l’uomo e quel minimo di ordine che si era creato, mal convivono con quelle dedicate all’agricoltura ed è proprio con l’addomesticamento del maiale che questi due mondi cominciano a comprendersi ed a convivere serenamente. Con buona pace di terreni da coltivare e boschi da preservare.

Un poema epico sumero, avente per protagonista Gilgamesh, donna che diventa veicolo di alfabetizzazione, è come la stele di Roseta per il passaggio importantissimo che visse l’umanità: questa Eva mesopotamica usò il suo frutto proibito (che non è certamente la mela) per rapire Enkidu, un pastore inselvatichito e poco avvezzo agli scambi culturali, che mangia erbe amare e vive con le bestie. In sumerico il termine “eden” non indica il paradiso terrestre ma “terra non coltivata”. La donna si unisce a lui, lo inizia alla civiltà, gli insegna a mangiare seguendo una dieta mediterranea, che prevede pane e vino e diventa uomo dopo aver bevuto 7 calici di vino forte.

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Il resto della storia è nota: il Caino insito in ogni uomo ha preso il sopravvento, sacrificando il genio e la bellezza dell’animo femminile sull’altare della prepotenza e della prevaricazione. A distanza di 10.000 anni anche la Madre Terra si è stufata ed all’alba del terzo millennio l’idea di una società matriarcale e salvifica per la terra non sembra essere più così peregrina.

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Se poi le donne imparassero a fare squadra come sanno fare i maschi ed utilizzare il loro frutto proibito in un modo più costruttivo che divenire delle figurine prive di identità….ecco, l’Eden non sarebbe poi così lontano, soprattutto per quelle donne che lottano e muoiono per la loro dignità che all’interno di palazzi di vetro, scribani lontani sanciscono in reiterate dichiarazioni polverose.

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Terrina ai tre maiali: filetto, guanciale di suino nero e lardo di colonnata (presidi slow food)

Ingredienti

500 gr di filetto di maiale, 150 gr di guanciale, 150 gr di lardo di colonnata, 3 scalogni e 3 spicchi d’aglio, un rametto di rosmarino, qualche rametto di timo fresco, 1o gr di panna, 10 gr di latte crudo e 15 gr di porto, sale e pepe ed olio evo.

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Procedimento

Mondare il rosmarino ed il timo e tritarli finemente con il coltello.

Tagliare sottilmente lo scalogno e rosolarlo con un filo d’olio evo unitamente agli spicchi d’aglio e mettere tutto nel mixer nel quale saranno già state inserite le tre tipologie di carne tagliate a pezzettini, lasciando da parte qualche cubetto (un cucchiaio) di guanciale, versare la panna ed il porto e frullare uniformemente il tutto.

In una ciotola versare la carne frullata, unire i pezzettini di guanciale e gli aromi, profumare con il pepe e regolare di sale.

Riempire con il composto una terrina premendo un po’ e cucinare a bagnomaria a 180° per circa un’ora e mezza.

Apprezzerete il profumo di questa terrina che può essere gustata sia calda che fredda.

Buon 8 marzo a tutti. ;-)

mafalda

giovedì 4 marzo 2010

"Nel rugby ci sono quelli che suonano il piano e quelli che lo spostano." (ma cosa c’entrano gli spring rolls?!)

Sabato e domenica i miei uomini sono andati a Roma a sostenere l’Italia del Rugby, mentre io, naso appiccicato alla finestra e con Agata che si appallotolava tra le mie caviglie, rimanevo a casa con la febbre a guardare l’incredibile sole che scaldava l’aria.

Immaginavo la città eterna illuminata non solo dai raggi solari ma dalla scanzonata allegria della tifoseria che serenamente segue il rugby ("La mischia è la mia famiglia", secondo Mauro Bergamasco), resa ancora più divertita e divertente dal tasso alcolico che rarissimamente rende molesti, pericolosi, dannosi…si insomma, come alcuni tifosi del calcio. Non per niente in inglese non si dice “rugby player” ma “rugby man” perchè è una fede, una scelta di tutta la vita (e lo so perchè in casa si respira rugby da sempre: giocato, fotografato, scritto!).

E le foto che hanno scattato Roberto ed Edoardo testimoniano questo sport, che si vive in tre tempi….ed io mi sono ispirata al terzo! Nel senso che anche Enrica era raffreddata ed ha pensato, come comfort food, ad uno dei piatti più conosciuti della cucina cinese, la sua passione.

Spring Rolls o Involtini primavera

Ingredienti

Fogli di pasta per wonton, 2 carote, 2 porri, 1 cipollotto, qualche foglia di verza, 100 gr di germogli di soia, un cucchiaio di radice di zenzero fresca grattugiata, un cucchiaio di mandorle a lamelle, salsa di soia, olio evo.

Procedimento

Tagliare a julienne le verdure e saltarle per qualche minuto con la salsa di soia, aggiungere i germogli di soia e le mandorle a lamelle. Mettere da parte.

Disporre sul tavolo da lavoro i fogli di wonton (io li ho trovati in un negozietto cinese, vicino alla stazione di Padova, su indicazione del mio maestro Carlo) e mettere una cucchiaiata di verdure in un angolo della pasta, arrotolare avvolgendo il ripieno, piegare i due lembi laterali e chiudere il roll.

Ungere una pirofila con un po’ di olio evo, adagiare gli involtini e cucinarli nel forno caldo a 200° fino alla doratura; la cottura in forno consente di usare meno olio rispetto alla frittura e di renderli un po’ meno unti.

Li abbiamo gustati con una salsina base di passata di pomodoro, scalogno ed aglio, salsa di soja, peperoncino, arachidi tritate, latte di cocco e zucchero di canna…..e siamo miracolosamente guarite! ;-)

"Il rugby è una buona occasione per tenere lontani trenta energumeni dal centro della città"
Oscar Wilde

martedì 2 marzo 2010

Il corso nella Casetta delle pesche: una domenica tra amiche

Carola, l’autrice de La Casetta delle pesche, ha messo a disposizione di Lucia (domenica 21 febbraio), la sua splendida cucina immersa in un frutteto di pesche. Per cosa? Ma per un accattivante corso “Terrine e Tajine”….e voi sapete quanto mi piacciono le terrine!

Lucia Pantaleoni, trevigiana doc, vive da quasi vent’anni a Parigi dove la sua passione per la cucina l’ha ampiamente premiata, facendo di lei una giornalista ed una rinomata scrittrice gastronomica; inoltre presenta degli ottimi corsi di cucina e collabora con la Facoltà di “Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione” di Padova. Si poteva dire di no all’invito?

Assolutamente no! Ed insieme ad altre appassionate e foodbloggers  abbiamo fatto nostre tante “ idee menù per un pranzo oppure una cena un po’ diversi: tagina di faraona alle mandorle e spezie servita su tartelette di pasta brisée, terrina di formaggio verde all’olio di noce e miele, insalata di quinoa ai peperoni, uvetta, frutta secca, zenzero e raz- el-hanout, terrina di ciccolato.“

Nel frattempo ho recuperato un po’ di ingredienti ed ho fatto qualche prova, sia rispettando scrupolosamente quanto imparato che personalizzando, vuoi nelle verdure, vuoi negli aromi…che posterò nei prossimi giorni!

Grazie ancora a tutte le nuove amiche, alla squisita padrona di casa ed a Chiara, una foodblogger che sa emozionarti con la passione per il suo lavoro tanto quanto i profumi che la cucina di Lucia ha saputo donarci.

domenica 28 febbraio 2010

Prime Uve Experience Day: amore a prima vista

Avete mai provato ad avvicinarvi ad un mondo, o ad una parte di esso, in punta di piedi e di non avere il coraggio di divenirne parte? Questo fino a quando non ho ricevuto l’invito di Made in Kitchen a partecipare ad una giornata tutta particolare, godendo dell’ospitalità dell’azienda Bonaventura Maschio di Gaiarine in provincia di Treviso, che ha organizzato il Prime Uve Experience Day, il 5 febbraio scorso.

I padroni di casa, Anna ed Andrea Maschio, ci hanno accolti, foodbloggers, esperti di vino e redazione, assieme al mastro distillatore, Stefano Baseotto, e portati nel loro mondo, riuscendo a trasmettere non solo la loro conoscenza e competenza ma soprattutto la loro contagiosa passione.

Abbiamo partecipato attivamente al processo di distillazione, inserendo l’uva di prosecco passito all’interno di un alambicco, definito come di tipo discontinuo a bagno maria, presente all’interno degli impianti di distillazione.

Per produrre i distillati Prime Uve  ci vogliono qualità indiscussa della materia prima, pazienza nell’affrontare il processo, amore e fiducia incondizionata nella maestria della natura in quanto il distillato passa nelle botti a maturare ed affinarsi, al buio ed al silenzio.

Come mi insegnò un giorno un maestro di musica, in quanto avevo cercato di ritmare troppo vivacemente il solfeggio, “ricordati Anna, presto e bene non vanno mai insieme”! Così anche per questo distillato.

E nelle botti, che una volta avevano ospitato alcuni dei migliori vini prodotti nella Marca Trevigiana, il distillato prende personalità, aromi, profumi e sentori, diventando “il” distillato Prime Uve.

Anna ed Andrea poi ci hanno aperto le porte del Museo della famiglia Maschio dove antichi macchinari rapivano lo sguardo dei visitatori, incantandoli. Un alambicco della Valle del Natisone, uno a a getto di vapore ed un’altro a fuoco diretto.

Succesivamente la fase che più mi spaventava….la degustazione. Il primo pensiero è stato “Mal che vada parcheggio l’auto e faccio un pisolo da qualche parte”… ed invece la rivelazione: non sono le papille gustative le sentinelle del gusto coinvolte, se non per microscopici assaggi,  ma le sensibilissime terminazione nervose dell’olfatto! E questo è bastato per farmi innamorare dei distillati, perchè ho imparato a superare la primissima ed immediata sensazione degli effluvi dell’alcol e di concentrarmi sul profumo, anzi sui profumi.

Il bellissimo bicchiere, brevetto esclusivo dell’azienda Maschio, aiuta i vari distillati che abbiamo degustato, tra i quali  Whisky, Scotch whisky, Cachaça, Cognac, Calvados, Rum, Tequila, Acquavite d’uva, a dare il meglio di se, e sono riuscita ad inebriarmi solo con l’olfatto! E mentre ad occhi chiusi mi lasciavo catturare da questo nuovo mondo ho pensato ad un piatto, postato qualche giorno fa, che ha bisogno di tempo e pazienza e che profuma di tanti sentori, come se fosse un distillato:

Terrina di cappone e foie gras.

Vorrei ringraziare Anna ed Andrea, ai quali dedico il mio piatto, per la deliziosa ospitalità e Juls, di Made in Kitchen per l’opportunità  datami di conoscere un gioiello della “nostra enogastronomia” e di rimanerne inevitabilmente inebriata. Grazie anche agli amici foodbloggers che l’occasione mi ha fatto conoscere, come Carola de La Casetta delle Pesche, con la quale ho avuto la fortuna di condividere una giornata tra terrine e tejine, della quale vi parlerò fra qualche giorno.

Un arrivederci a tutti!

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Questo l’ho fatto io!

sabato 27 febbraio 2010

La Puglia nel piatto ed il contest di Anice e Cannella

Roma, esterno giorno, Via Veneto, ore 11.00, gruppo di tifosi scozzesi in kilt che si fanno fotografare da Edoardo sotto lo sguardo amorevole e divertito di Roberto.

Padova, interno giorno, Via Don Giovanni Verità, ore 11.00, tifosa italiana a letto con l’influenza, che non si fa fotografare da nessuno (ci mancherebbe) e che sta smanettando dal nervoso che fra un po’  la barra spaziatrice istiga alla rivolta il resto della tastiera. Mi consolo pensando alle bellissime foto che i miei uomini mi porteranno,  al terzo tempo che seguirà Italia-Scozia e che ad entrambe le latitudini splende un sole che riscalda cuori e sorrisi.

E nello smanettamento pseudo ordine/archivio ho trovato appunti, bozze, proposte e….il fantastico contest di Anice e Cannella in tandem con Sapori dei Sassi, che quando lo lessi mi riportò con la memoria e l’anima in quella regione che amo davvero tantissimo, alle serate trascorse a cucinare con amici che hanno visto crescere i nostri figli, estate dopo estate.

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Per cui eccomi qui, con una ricettina che mi è stata “imparata” da una signora salentina le cui mani mi incantarono mentre preparava le “Strascinate”, lo “Scapece”, un mix di forti aromi, colori, sapori che mirabilmente si sposano tra loro.

Qui la ricetta dello scap ece, postata alla fine dell’estate scorsa, con un occhio al termometro ed uno alla diretta della partita:-)….sgranocchiando un po’ di quel pane di matera che fortunatamente trovo anche a Padova.

Buon contest a tutti!

giovedì 25 febbraio 2010

Cioccolato ed arancia: profumo d’intesa

Giorni intensi, di full immersion culinaria, tra ricette da provare e giornate uggiose da superare. E per quanto le ore non bastino mai un po’ di malinconia fa sempre capolino: sarà la nebbiolina presente al mattino ed all’imbrunire, sarà il rumore, quasi assordante, dell’assenza della mia “piccola”, sarà che anche Edoardo, pur conservando il suo humor tra l’anglosassone ed il sornione, sta rendendo palesi una serie di sintomi di stato avanzato di adolescenza….qualche silenzio di troppo, qualche cassetto ordinato di meno, qualche mugugno al posto del consueto “si, mamma”.

Anche Agata non sembra più la stessa…sarà che quest’anno il suo fidanzato non si  fatto vedere e che sfoga il suo nervoso sui poveri uccellini che osano cibarsi dalla ciotola di Lucky (oramai siamo al terzo mucchietto di piume e piumette nell’arco di cinque giorni…)….un sacco di sarà e quindi fuori pentole e padelle, perchè la vita è troppo breve per mangiare male e bisogna avere delle motivazioni davvero serie per sfiancarsi sul tapirulan alle 6 del mattino, per non rischiare di mandarsi a quel paese da sole!

 

Cup cake al profumo d’arancia e vestiti di cioccolato

Ingredienti

185 gr di farina autolievitante oppure farina di riso con un cucchiaino di lievito, 125 gr di latte crudo caldo, 150 gr di burro chiarificato ammorbidito, 3 cucchiaini di scorza di arancia non trattata grattugiata fine, 170 gr di zucchero zefiro profumato alla vaniglia, 2 uova, 125 gr di cioccolato fondente 60% , 80 gr di panna fresca, 40 gr di semi di papavero.

Procedimento

Scaldare il latte con i semi di papavero e la scorza d’arancia e lasciar riposare per almeno 15’.

In una ciotola unire tutti gli ingredienti e mescolando (meglio in una planetaria) aggiungere il latte fino ad ottenere un composto morbido e lucido.

Versare il composto in due stampi per muffin rivestiti dai pirottini ed infornare nel forno a 180° (già caldo) per circa 20’, fino alla prova stecchino. Lasciar raffreddare in una gratella.

Nel frattempo sciogliere nel polsonetto oppure a bagnomaria il cioccolato fondente spezzetato con la panna, aiutandosi con una spatola. Far raffreddare un po’ la ganasce prima di decorare i cup cake.

E condividete…i sorrisi non macheranno! ;-)

martedì 23 febbraio 2010

Ravioli di semola con biancoperla, baccalà ed asiago stravecchio: Slow Food nel piatto con un profumo d’Oriente

A chi non piace ricevere regali?

La classica frase “ma daai, non dovevi!” e’ appunto di rito ma quasi mai corrisponde a ciò che si sta provando realmente. E le persone che ti vogliono bene o che semplicemente ti conoscono imparano i tuoi gusti, le tue passioni, le tue malinconie…come dire, non regalatemi le ciabatte tanto cammino scalza e neppure le canottiere di lana perchè pizzicano e con la lana ci avvolgo i vasetti di yogurt. E comunque con me si fa davvero presto: qualcosa che abbia anche fare con la cucina è un successo gaarantito! Libro, ingrediente, attrezzatura, dritta per un locale, corso….beh, anche i gioielli antichi, ma questa è un’altra storia!

E così, dinnanzi a dei recenti “pensieri”, mi è venuta fame e voglia di di qualcosa di diverso, come questi ravioli, di pasta di semola, che si potrebbero anche provare a friggere (poi vi dirò come è andata), e che profumano d’oriente grazie al lemon gras (la citronella, per intenderci) che in Thailandia sovente viene utilizzata per profumare le zuppe di pesce.

Ingredienti

200 gr di baccalà dissalato, 200 gr di asiago stravecchio, 200 gr di mais biancoperla, 5 tuorli, 200 gr di semola di grano duro, 30 gr di burro chiarificato, 30 gr di farina 00, 300 gr di latte crudo, 2 patate lessate, un lemon gras, sale, semi di papavero, olio evo, una foglia d’alloro ed uno spicchio d’aglio, un pizzico di noce moscata.

Procedimento

Preparare la sfoglia come di consueto: con la classica fontanella di farina ed unendo, uno alla volta, i tuorli ed un pizzico di sale (oppure tutto nella planetaria), formare una palla e far riposare in un luogo fresco, avvolta nella pellicola, per una mezz’ora.

Lessare le patate con la buccia; scaldare un po’ d’olio evo e rosolare per una decina di minuti il baccalà tagliato e pezzettini unitamente da una foglia d’alloro ed a qualche grano di pepe nero, con il mais biancoperla preparare una polentina morbida, regolare di sale e mettere da parte. Tagliare il formaggio a dadini e tritare la parte inferiore del lemon gras.

Strofinare una ciotola con uno spicchio d’aglio, versare il baccalà, formaggio ed il lemon gras passati al mixer, unire la polentina morbida e mescolare bene il tutto. Stendere la sfoglia e preparare dei ravioli con questa bianca farcia e sigillare bene il bordo.

Preparare un roux con la farina ed il burro, unire il latte crudo e preparare una besciamella profumata con la noce moscata ed un po’ liquida, unire le patate lessate e passate con lo schiacciapatate e mescolare vigorosamente in modo che non siano grumi.

Impiattare versando la vellutata di patate sul piatto, adagiare qualche raviolo lessato, un filo d’olio e qualche semino di papavero ma anche con qualche fogliolina della parte superiore del lemon gras, se lo desiderate.

….perchè, in effetti, cucinare i fiori è un po’ più complicato…vero?

venerdì 19 febbraio 2010

La Sacher Torte secondo Alessandro

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Non c’è che dire, l’idea di far godere ai bimbi fine settimana più che allungati, magari in concomitanza del Carnevale con i suoi frizzi e lazzi, è sicuramente encomiabile….peccato che tutto questo si viva sulla “pelle” delle povere lavoratrici italiane, che nei giorni in cui la scuola è vacante diventano più abili dell’Uomo Ragno nel tessere giornate ad incastro. Grazie anche ad un microcosmo femminile, molto simile al gineceo dell’antica Grecia, pronto ad offrire supporti di varia natura!

Così, grazie all’aiuto di Edoardo, anche quello di Riccardo, amico del cuore del mio ometto dai tempi dell’asilo nido (ed ugualmente grande appassionato di calcio) ed alla pazienza di Enrica (esami finiti!) gli Unni sono stati, a turno, ospiti della mia cucina. Ed insieme ad Alessandro abbiamo preparato un dolce, che nelle mie intenzioni doveva essere una Sacher Torte….ma che è diventata qualcosa di diverso, anche se ugualmente buono! Ovvero, nella parte finale della preparazione della copertura, mentre il cioccolato si scioglieva a bagnomaria, invece di unire un paio di cucchiai di acqua, così da rendere meno friabile il cioccolato raffreddato al momento del taglio delle fette, dentro la bastardella è finito….un bicchiere d’acqua…. Beh, non tutto il male viene per nuocere, è stato più facile decorare la superficie!

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Ingredienti

150 gr di farina 00 setacciata, 130 gr di zucchero semolato, 130 gr di burro ammorbidito, 100 gr di zucchero a velo, 350 gr di cioccolato fondente, 200 gr di confettura di albicocche, 6 uova.

Procedimento

Accendere il forno a 170°, sciogliere a bagnomaria 100 gr di cioccolato, setacciare la farina, montare a neve ferma gli albumi.

Nella planetaria (o con le fruste elettriche) montare i tuorli con lo zucchero semolato fino a renderli spumosi, aggiungere il burro facendolo assorbire bene, lo zucchero a velo, la farina setacciata e per ultimo il cioccolato fuso. A questo punto unire gli albumi montati e versare il composto in una tortiera in silicone. Mettere nel forno per circa 45’.

Nel frattempo coprire con della carta da forno una leccarda ed adagiare sopra una griglia da forno, sciogliere a bagnomaria il resto del cioccolato con un paio di cucchiai di acqua. Sfornare la torta e lasciarla raffreddare.

Con molta attenzione tagliarla a metà in senso orizzontale, togliere la parte superiore, farcire la parte sottostante con la confettura di albicocche (meno 1/2 cm dal bordo), rimettere al proprio posto la parte superiore e spostare l’intera torta sopra la griglia. Versare, partendo dal centro, il cioccolato fuso, assestando con qualche movimento l’uniforme distribuzione della copertura e con la parte che nel frattempo cola sopra la carta forno, completare la copertura laterale.

Decorare la torta con una cremina inglese, un po’ di panna montata, un omino della playmobil o una macchinina….ad Alessandro piaceva la macchinina :-)

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Altro esempio di decoro autentico….l’altra mezza torta, ecco, non è proprio venuta benissimo;-)

“Zia Nianna, cosa cuciniamo oggi?”

“La Torta Sacher Amore, un dolce splendido, creato per la prima volta da un pasticcere giovanissimo, pensa aveva solo 16 anni, che faceva Sacher di cognome. E sai perchè l’ha fatto? Per fare colpo sull’imperatore! E ci riuscì benissimo! E dal 1832 questa torta è diventata famosa in tutto il mondo.”

“……….cosa cuciniamo oggi?………”

“Una torta con il Nesquik e pochissima marmellata?”

“Buonissima! Grazie zia Nianna”

“Figurati Alessandro (perdonami Franz….)!”

martedì 16 febbraio 2010

Terrina di cappone e foie gras e fine del “carnem levare”

"Semel in anno licet insanire."
Così gli antichi sociologi latini definivano il periodo del Carnevale, considerato come una valvola di sfogo, ossia per "una volta all’anno è consentito esagerare".

Anche se inserito in due periodi molto importanti per la cristianità, l’Avvento, con il Natale, e la Quaresima, con la Pasqua, di “religioso” il Carnevale non ha nulla, anzi nella notte dei tempi (come anche nelle notti dei tempi correnti) ogni occasione andava bene per festeggiare anche in momenti dell’anno in cui si sarebbe dovuti stare un po’ più riflessivi. Perchè? Beh, nell’antica Roma il mese di febbraio – da februare, purificare (ed ecco perchè si levava la carne) – essendo un periodo di passaggio tra una stagione agricola ed un’altra, serviva come espiazione per le anime dei defunti.

A tutto ciò si univano i Lupercali (della Lupa), ovvero i riti legati alla fecondazione; già Ovidio scriveva a proposito di questi riti, quasi iniziatici, che comunque prendevano ispirazione dai Saturnali, dove Dionisio e le Baccanti avevano le idee ben chiare: scherzi e lazzi, carri mascherati e soprattutto tavole imbandite di ogni ben di dio. E nessuno ne veniva escluso nel senso che era considerato un obbligo per ogni singolo componente della comunità partecipare a questi riti propiziatori: ogni singola defezione sarebbe ricaduta su tutti gli altri.
Un modo diverso di “sacrificarsi”: divertiti con noi e tutti godremo della buona sorte!

"Durante il carnevale, gli uomini indossano una maschera in più." Xavier Forneret
Mica male come spunto di riflessione. Magari per l’anno prossimo: il Carnem levare è finito e tireremo fuori dal cassetto riflessioni e maschere ad Halloween, un momento analogo per la natura di profonda trasformazione e di culto per i morti. Ah, queste popolazioni del Nord Europa: pensavano di invadere l’impero romano e sono finite per mangiare frittelle, sul triclinio, alle terme…;-)

Basta parlare! Dai, tutti in cucina per questa terrina (ed anche oggi l’angolo della poesia ci ha allietati).

TERRINA DI CAPPONE E FOIE GRAS (e profumi d’oriente)

Ingredienti

400 gr di carne di cappone lessata, 100 gr di foie gras, 100 gr di lardo di colonnata igp, 1 uovo e 1 tuorlo (possibilmente pastorizzati), 30 cl di panna da cucina, 50 gr di pistacchi tritati finemente, 50 gr di uvetta sultanina, 1 scalogno, 10 cl di Grappa 903 Barrique Maschio-Bonaventura, peperoncino, cardamomo, sale, pepe nero lungo, olio evo.

Procedimento

Lessare la carne di cappone secondo abitudine (mettendo all’interno della pentola, oltre agli aromi abituali) una foglia d’alloro ed un pezzettino di cannella, ricavarne 40o gr di carne e spadellarla con lo scalogno tritato finemente e olio evo. Rinvenire l’uvetta e tritarla finemente.

Frullare la carne con il lardo ed il foie gras, in una ciotola unire alla carne la granella di pistacchio e l’uvetta, l’uovo ed il tuorlo, la panna, la grappa e le spezie. Regolare di sale.

Con l’aiuto di un foglio di carta forno dare forma di salame al composto e riporre in frigo per qualche ora prima di servirla tagliate a fette con fettine di pane integrale (per contrastare la dolcezza della terrina) oppure al latte (al contrario, per accentuarla maggiormente), preferibilmente fatto in casa (ha meno grassi ed è meno morbido anche dopo la tostatura).

P.s.: sono stata duramente redarguita circa l’utilizzo di foie gras (nello specifico Vellutata di fagioli con foie gras d’oca e quenelle di baccalà) frutto di considerazioni che anch’io faccio mie. Ne parlerò, anche qui, a tempo debito, raccontandovi dell’incontro avuto con Carlo Petrini, nella spendida vetrina di “Birra Nostra”. Sarebbe bello parlarne insieme.

domenica 14 febbraio 2010

San Valentino? No, operazione commerciale.

Mah, sarà la crisi, ma non sembra anche a voi che quest’anno San Valentino sia più stucchevole del solito? Anche un articolo di Marcello Veneziani (con il quale mi trovo sovente in disaccordo) incita al boicottamento di questa festa divenuta commerciale, nata da una festa religiosa che aveva fagocitato una festa pagana, i lupercalia, i riti propiziatori per l’arrivo della fertile primavera.

E siccome negli ultimi anni sento sempre più stretto addosso l’abito di acquirente ad ogni costo ( si parte a Natale, poi Epifania, San Valentino, Carnevale, la festa del Papà, Pasqua e Pasquetta, la festa della Mamma, la festa dei Nonni, Halloween….) ho deciso di pensare positivo e frugale, ripescando  Vasquez Montalban ed il suo libro ” Ricette Immorali”, dove consigliava un cibo altamente afrodisiaco e peccaminoso: pane e pomodoro!

Ma come può essere peccaminoso un piatto così semplice? Ovvio: perchè è accessibile. Del resto cosa offrì Eva ad Adamo? Una mela, anzi una melagrana, visto che il paradiso terreste è storicamente collocato nella mezzaluna fertile di allora e non in Trentino. Quindi né brasati dalle lunghe cotture né dolci dalle lunghe lievitazioni ma un cibo immediato, semplice, anche ispiratore di altro, se volete.

Un cibo peccaminoso è tale nella sua accessibilità e nella sua semplicità: quindi pane e pomodoro per tutti. E dopo l'amore pane, pomodoro ed un po' di salame. Mangiate pane e pomodoro, non fate la guerra!

Buon San Valentino a tutti! ;-)

giovedì 11 febbraio 2010

Muffin bio ed integrali…perchè non si può vivere di sole frittelle!

Mi sento un fritoin: oramai credo di aver impregnato anche il dna con l’odore di frittura tra galani, frittelle, mozzarelle in carrozza e quindi ho pensato che urgeva un programma detox.

Come se non bastasse la mia “piccola”, tra un esame universitario e l’altro, aveva deciso di staccare con 48 ore full-immersion nella sua amata Berlino, tra neve e gelo, con orari e cibo….diciamo fuori standard? ;-)… ed al suo ritorno, ascoltando i racconti di mille accadimenti, ho pensato che sarebbero state necessarie almeno 24 ore per scendere con i piedi per terra.

cibo enrica

Come recuperare il … jet-lag e dare sollievo al metabolismo (anche al mio, naturalmente)? Se il buon giorno si vede dal mattino, ci vuole una colazione che preveda qualcosa di diverso da cibi che con la natura non hanno molto in comune, magari dei muffin integrali profumati con lime (mojito docet!)

Muffin integrali con olio extravergine d’oliva e lime

Ingredienti

150 gr di farina di kamut integrale bio, 100 gr di semola bio, 50 gr di fecola, 150 gr di zucchero zefiro profumato con stecche di vaniglia (anche 100 gr sono sufficienti), 50 gr di glucosio, 2 cucchiaini di lievito, 2 gr di bicarbonato di ammonio, un pizzico di sale, la buccia grattugiata ed il succo di un lime, 250 gr di latte crudo, 2 uova, 85 gr di olio evo.

Procedimento

Attrezzarsi come al solito per la produzione dei muffin: in una ciotola gli ingredienti secchi (setacciati) e da una parte quelli umidi, versare gli ingredienti secchi nella ciotola degli ingredienti umidi, mescolare bene fino a quando non sparisce tutta la farina (l’ho sentito dire una volta ed ho trovato la definizione efficace e divertente).

Pirottinare (ricoprire con i pirottini) uno stampo da muffin e mezzo, versare l’impasto e cucinare per 30’, forno statico a 175°. Lasciar raffreddare sulla gratella e spolverare di zucchero a velo.

Visto, come nuova! Pronta per un nuovo esame…:-)

enrica

Ah, la mamma…;-)