Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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Save the date: una serata tra "Spezie e Baccalà" con il Torronificio Scaldaferro


Terzo appuntamento nello store di Pietro Scaldaferro, a Dolo, a giocare con il cibo e con la cultura enogastronomica che ogni singolo piatto, dal più complesso al più semplice, racchiude.

Giovedì 26 marzo, dalle ore 20, si racconterà attraverso una serata di degustazione, come i cibi della Quaresima, nella città di Venezia, sapevano narrare di posti lontani, di spezie profumate e di tecniche di lavorazione antichissime e incredibilmente attuali.

Per info e prenotazioni: comunicazione@scaldaferro.it - 338-7084749

Vi aspetto!

Quadrotti con le sarde: un pesce poco "cool" per le #buonericette


Il pesce è entrato nell'alimentazione dell'uomo sin dagli albori della sua evoluzione.

All'inizio la pesca era un'occupazione individuale, ma quando gli insediamenti umani divennero stanziali, si iniziarono ad introdurre le reti e la pesca divenne un'attività collettiva. Dal rudimentale amo in osso ai futuribili ami in lega di carbonio, dalle reti arcaiche a quelle fatte in indistruttibile nylon: la tecnologia si è evoluta notevolmente, ma in fondo la pesca è rimasta un'attività legata all'abilità ed alla fatica dell'uomo.

Dal principio, nei paesi del Mediterraneo, a causa del clima caldo, il pesce raramente veniva consumato fresco; si preferiva preservarlo affumicandolo o salandolo, messi di conservazione noti già nella preistoria. I Romani furono tra i primi ad introdurre una legislazione sulla pesca, mentre fu nel Medioevo che vennero introdotte le concessioni e i diritti di pesca.

Nella Roma dell'età imperiale si consumavano cefali, rombi, cernie, di solito cotti alla brace e accompagnati da salse. In epoca medioevale, con l'orrigidirsi dei dettami della Chiesa che prevedevano l'osservanza di periodi di magro, il consumo del pesce si diffuse notevolmente. Oggi il pesce è inserito nelle diete di tutta la popolazione umana, e per alcune popolazioni di mare è ancora oggi l'alimento base. la quantità totale di pesce pescato non è eccessiva ma le risorse sono sfruttate malissimo: si consumano poche varietà, e le altre, pur commestibili e gustose, non vengono immesse nel mercato. Alcune specie sono pescate indiscriminatamente, fino a metterne in pericolo l'esistenza, altre sono allevate intensamente compromettendo in modo significativo la vita e la dignità di chi vive in determinate aree del mondo.

Un paese come  l'Italia, potrà sembrare incredibile, nonostante i chilometri di coste e le molte varietà di pece che ne popolano i mari, importa una grossa quantità di pescato, Ciò è dovuto non soltanto a un mero fabbisogno interno, ma anche al tipo di consumi, che tendono di orientarsi verso pesci "cool" che vivono in acque non italiane e dei quali spesso è impossibile ottenerne la tracciabilità. Secondo un rapporto  pubblicato dalla FAO nel 2010, infatti, la popolazione mondiale ha consumato 110 milioni di tonnellate di pesce, di cui ben 51 milioni provenienti dall'itticoltura. Lo stesso rapporto conferma che una specie marina su tre è soggetta a uno sfruttamento eccessivo da parte della pesca (credits Slow Food).

Una velocissima introduzione, in quanto l'argomento avrebbe bisogno di post e post e, visto che sono stata in Norvegia ed alle Lofoten quasi una settimana, ci sarà molto da scrivere prossimamente.

Oggi vi suggerisco una ricetta semplice, che rende protagonisti pesce povero e ortaggi comuni come le sardine, le patate e le cipolle in una specie di tortilla colorata e ricca di Omega 3 che non appesantirà nè la linea nè le tasche.

In linea di massima, tra le migliaia di ricette che ogni nazione e tradizione condivide, ci sono due regole molto semplici per cucinare il pesce: pulirlo bene e non cuocerlo troppo. Se il pesce è fresco, quanto è cotto, la pelle si stacca con facilità, mentre se è vecchio o congelato, bisognerà addirittura tagliare la pelle con il coltello. Un consiglio se avete voglia di preparare una zuppa: scegliete varietà di pesce con la testa grossa, che rendono il brodo più saporito.

Quadrotti con le sarde (ricetta e videoricetta qui)

Ingredienti

400 g di patate P&P
2 cipolle rosse P&P
200 g di sardine eviscerate e pulite P&P
6 uova P&P
4 cucchiai di olio extravergine Garda P&P
sale
pepe nero macinato al momento

Procedimento
Tagliare a spicchi sottili le cipolle, sbucciare e tagliare a fettine le patate mettendole in una ciotola con acqua fredda (per non farle annerire e far perdere loro parte dell’amido)
In una padella scaldare l’olio, unire le patate e cucinare per 10’. Unire le cipolle, regolare di sale e continuare la cottura per altri 10’. Accendere il forno a 180°.
Sciacquare le sarde già eviscerate ed aperte a libro ed asciugarle con carta casa. Foderare con carta forno una teglia rettangolare o quadrata.
Tritare il prezzemolo.
In una terrina sbattere le uova, salare e pepare unire il prezzemolo tritato. Versare metà del composto nella teglia, distribuire le sarde, coprire con il resto del composto e trasferire nel forno già caldo.
Cucinare per 20’, sfornare e servire.



Cosa ne facciamo delle mimose il 9 marzo? Ce le mangiamo.


Il linguaggio dei fiori mi ha sempre affascinata.
La sua capacità di esprimere concetti e sentimenti importanti senza parole apparenti, in realtà tutte avvolte tra petali e stimmi, è unica.
A noi donne è sempre stato chiesto  molto, molto spesso troppo, senza dar valore alla fatica nascosta in ogni gesto e sorriso, in ogni emozione espressa e soprattutto dietro a quelle non palesate, per non ferire, per ricucire.

La mimosa, altro scandalo commercial-simbolico, di questo mondo consumistico che utilizza oggetti invece di atti per rendere omaggio al'ovvietà, ovvero all'importanza della figura femminile, più di ogni altro fiore nasconde, fra i suoi petali così timidamente vezzosi concetti pregnanti di "donna" e "femmina", come noi siamo, essendo oramai l'amor cortese cancellato da volgarità ed ignoranza.

La Mimosa è una pianta originaria della Tasmania, fiorisce i primi giorni di marzo e cresce meravigliosa anche allo stato selvatico. Chi non lo farebbe? ;)
Nel mondo occidentale, infatti la Mimosa esprime innocenza, libertà, autonomia, pudore e sensibilità, mentre presso gli Indiani d'America, il Popolo che più di altri era in sintonia con la Terra, assumeva un significato diverso: era un dono d'amore, un po' come da noi la rosa, ma soprattutto era il fiore della femminilità, della Madre Terra per eccellenza. Infatti rappresenta forza e vitalità, energia che c'è in ogni amore, in ogni sentimento e in molti dei gesti quotidiani espressi dalle donne.

Molto più recentemente, nel 1911, divenne il simbolo di una tragedia e dello sfruttamento del lavoro femminile e da lì utilizzata per "festeggiare" il giorno dedicato alla donna e nel 1946, una dirigente dell'Unione Donne Italiane, decise che questo fiore potesse essere utilizzato anche in Italia, in quanto si trattava di "un fiore povero, facile da trovare nelle campagne". Come dire, nell'Italia del dopoguerra, dopo tutto quello che avevano dimostrato le donne nelle case, nelle fabbriche e nei boschi con la Resistenza, festeggiare la donna non valeva neppure lo sforzo di rinunciare ad un pacchetto di sigarette per acquistare quattro petali spampinati.

E dopo che ieri abbiamo speso capitali in Mimose oggi cosa che ne facciamo (visto che puzzano terribilmente?). Beh, si potrebbero usare per decorare il dolce che prende il suo nome, soffice e goloso, che necessita di un po' di attenzione per ben riuscire, che si può preparare anche il giorno prima e che nasconde una crema profumatissima sotto una montagna di cubetti morbidi. E che, preparato con ingredienti, si trasforma in un tesoro prezioso. 
Come noi Donne.

Qui, la videoricetta e di seguito la ricetta passo dopo passo.

TORTA MIMOSA

Ingredienti
Per il pan di Spagna
100 g di farina 0 di buona qualità o Petra 5
50 g di fecola di patate 
150 g di zucchero
6 uova bio

Per la crema chantilly
5 dl di latte intero
2 tuorli bio
2 uova bio
100 g di zucchero bio
30 g amido di mais
1 buccia di limone bio
mezza stecca di vaniglia
200 g di panna
50 g di zucchero a velo

Per la bagna alcolica
2 dl d'acqua
1 dl rum
60 g di zucchero

Procedimento
Preparazione del pan di Spagna
In una ciotola le uova con lo zucchero con un frullino elettrico: il composto deve raddoppiare il volume e ci vorranno almeno 15-20’.
Unire la farina e la fecola setacciate bene un po’ alla volta e molto delicatamente con una spatola, con movimenti dal basso verso l’alto.
Imburrare ed infarinare due tortiere da 18 cm, versare il composto e cuocere nel forno statico già caldo a 165°-170° per 30’ o fino alla prova stecchino.
Sfornare e far raffreddare sopra una gratella.
 
Preparazione della crema pasticciera
Montare la panna con lo zucchero a velo e conservare in frigorifero.
Con un pelapatate togliere la buccia al limone, incidere la bacca di vaniglia con un coltellino ed unire questi aromi al latte che verrà portato ad ebollizione in un pentolino. Filtrarlo con un colino e mettere da parte.
Nel frattempo in una ciotola montare le uova con i tuorli e lo zucchero in una ciotola con un frullino elettrico, unire la farina o l’amido di mais setacciato e mescolare bene.
Versare il latte caldo sul composto di uova, mescolare e trasferire il tutto nel pentolino dove si è fatto bollire il latte e continuare la cottura, a fuoco dolce, mescolando continuamente, portando a bollore e cucinando per 5’ o fino quando si rapprende. Trasferire la crema pasticcera in una ciotola o un contenitore basso, coprire con pellicola così che sulla superficie della crema non si crei l’antiestetica pellicola e far raffreddare a temperatura ambiente.
Una volta fredda unire alla crema pasticcera la panna montata.
 
Preparazione della bagna alcolica
Portare a bollore in un pentolino l‘acqua con lo zucchero ed una volta sciolto togliere dal fuoco e unire il rum. Far raffreddare.
 
Ora che tutti gli ingredienti sono pronti possiamo montare la torta.
 
Eliminare la parte scura ad uno dei due pan di Spagna, tagliarlo a fette orizzontali di circa 1 cm di altezza, poi in bastoncini ed infine a quadretti, per ricoprire la torta mimosa.
Tagliare in tre fette orizzontali il secondo pan di Spagna e appoggiare le singole fete sopra tre fogli di carta forno un po’ più grandi delle fette.
Inumidire le fette di pan di Spagna con la bagna alcolica utilizzando un pennello. Spalmare uno strato di crema chantilly, coprire con un altro strato di pan di Spagna e ripetere l’operazione per due volte. Mettere la torta a riposare in frigorifero per 30’.
Sformare la torta sopra il piatto da portata, ricoprire con la crema chantilly rimasta e distribuire i cubetti di pan di Spagna, premendo un po’ se necessario, così che tutti aderiscano alla superficie della torta.
Far riposare in frigo fino al momento del servizio e decorare con dello zucchero a velo.

L'8 Marzo e la Coopertiva Agricola Insieme #unlamponelcuore


Vorrei condividere con le amiche e gli amici della Cooperativa Insieme la soddisfazione per l'invito alla Camera dei deputati l'8 marzo. 
Ditelo ai vostri conoscenti di Roma e allarghiamo la nostra rete solidale di amicizia!


Questo è il testo dell'invito:

"I parlamentari per la pace invitano la S.V. ad incontrare le donne della Cooperativa Agricola Insieme di Bratunac (Srebrenica) in occasione dell’8 marzo, Giornata Internazionale della donna, alle ore 15,00 nella Sala Aldo Moro, Camera dei deputati.
Durante la giornata sarà offerta una degustazione dei prodotti (confetture e succhi di lamponi, more e mirtilli) della cooperativa e sarà esposta una mostra fotografica sulla guerra e la pace in ex Jugoslavia, del fotoreporter Mario Boccia.
E' previsto un saluto della Presidente della Camera dei deputati, on. Laura Boldrini"

L'8 marzo la Camera sarà aperta alle visite guidate del pubblico, dalle 12,00 alle 14,30, secondo le modalità abituali (prenotazione presso l'infopoint situato in via degli Uffici del Vicario, angolo.via della Missione).

L'incontro delle 15,00 con la Cooperativa Agricola Insieme è aperto al pubblico, previa prenotazione, ad esaurimento posti.Gli interessati possono prenotarsi scrivendo a: mariob@coop-insieme.com

ps: è consigliabile presentarsi dieci min. prima delle 15,00 all'ingresso di piazza Montecitorio; per gli uomini c'è l'obbligo di indossare la giacca.

La Folperia e Ciokkolatte: due stelle padovane conquistano l’Oscar del Cibo di strada


Mercoledì 25 febbraio si è tenuta a Milano la consegna dei premi: una giuria d’eccezione ha consegnato l'oscar per il secondo posto nazionale a La Folperia di Max e Barbara, e alla Gelateria Artigianale Ciokkolatte, per il  primo posto regionale nella categoria “Dolci e Gelati

In origine significava solo cibo povero, oggi invece, anche attraverso l’utilizzo di materie prime di qualità e alla capacità creativa degli Street Chef è diventata una vera e propria tradizione gastronomica italiana.

Stiamo parlando del “cibo di strada” e in suo onore si è indetto a Milano, presso il Punto Enel in pieno centro città, mercoledì 25 febbraio il primo concorso nazionale Oscar del “Cibo di Strada” dove la città di Padova  è uscita a testa alta conquistandosi una doppietta d’eccellenza con la premiazione di due interpreti patavini: La Folperia di Max e Barbara e Ciokkolatte Gelateria Artigianale.

La speciale giuria, capitanata da Mauro Rosati – autore del portale Cibodistrada e Direttore Generale della Fondazione Qualivita – era composta da quattro donne esperte del mondo dell’enogastronomia: Chiara Maci – Food blogger Chiaramaci.com – Luisanna Messeri – volto di Alice.tv e La Prova del cuoco – Elisa Poli – Giornalista di Repubblica – e Carlotta Girola – Editor Dissapore.com.


La Folperia ha vinto la finale raggiungendo il secondo posto con ben 1196 voti. Massimiliano e Barbara Schiavon sono molto conosciuti nella città del Santo visto che conducono da diversi anni quest'attività ereditata dal padre Guido con efficienza e simpatia. Loro sono un'istituzione a Padova: in Piazza della Frutta propongono folpetti,  moscardini lessati, bovoletti (lumachine) e tante altre specialità.

Ciokkolatte Gelateria Artigianale è la stella nascente del settore in città, al punto tale da conquistare il primo posto regionale per la miglior categoria gastronomica “Dolci e Gelati” su circa 90 partecipanti. E’ stata una bella soddisfazione per Alessandro Baldinazzo, Lorenzo Zambonin e Guido Zandonà, gelatieri d’eccellenza, che realizzano il loro gelato a mano tutti i giorni, nel punto vendita in Piazza dei Signori, con ingredienti a chilometro zero e frutta fresca di stagione: “Ogni giorno scegliamo con cura la migliore frutta nei mercati locali, al giusto grado di maturazione, per garantire freschezza e purezza del gusto” raccontano i gelatieri.

Per partecipare al concorso è stata fatta una dura selezione, poiché il cibo di strada deve rispondere ad alcuni principi basilari che rispecchiano caratteristiche come l’aderenza alla territorialità, la fruibilità, l’artigianalità, un prezzo economico rispettando la tradizione e l’interpretazione originale.

#OPENSPRING: assaggi di Primavera, squisitamente veneti, nei finger food detox raccontati da #Moskardin


#OPENSPRING sarà una ventata di colore, gusto, sapori e creatività per salutare la primavera in arrivo e proporre, al contempo, le nuove tendenze enogastronomiche, con un focus sul tema del finger food per esprimere il concetto di eleganza del cibo di qualità non solamente quando si è seduti a tavola in compostezza ma anche e soprattutto in occasioni informali e veloci, dove il coinvolgimento di vista e palato è l’ingrediente protagonista. Uno stile di vita che segue l’attualità, insomma, dove marchi storici rinnovati si abbinano a brand emergenti. Fra le aziende presenti a #OPENSPRING con i loro prodotti ci saranno i rinomati grissini Bibanesi di Godega di Sant’Urbano (Treviso), lo stracchino medaglia d’oro del Veneto del Caseificio Castellan di Rosà (Vicenza), il Caffè Goppion di Preganziol (Treviso), i vini della Cantina di Soave di Verona. Un viaggio tra i sapori e l’alta qualità, uniti alla creatività e al design, che prende il via dal Veneto per arrivare a scoprire altri territori d’Italia.




L’orario aperitivo è il momento migliore per conoscere questa selezione di eccellenze regionali nella cornice di un evento che si propone – come per definizione è nella logica di OPEN – di aprire le porte alla primavera in arrivo, la stagione in cui si accendono i colori, le giornate si allungano e la voglia di stare insieme si fa festosa convivialità degustando qualcosa di buono come una centrifugato salutista, un aperitivo corroborante, un appetitoso salatino, magari soffermandosi a sfogliare le ultime novità librarie o prendendo nota delle ricette nei quadernini d’appunti “squisitamente” veneti Moskardin che seguono i giorni della settimana.


Il dress code prevede il multicolor che attinge dal gourmand: arancio, rosso rapa, cappuccino, verde, blu e lilla. Una tavolozza caleidoscopica di colori, come l’alta qualità dei prodotti proposti e che sono in assaggio in questo esclusivo happy hour.
Quando? Domani, 26 febbraio, dalle 18.30, presso Open, in Via Paganello 8, a Mestre (Ve).
Costo aperitivo euro 10,00 con l’omaggio di “un giorno Moskardin” prenotazione a ristorante@openvenezia.it

Frittatine integrali con rucola e stracchino: per continuare a mangiar sano con #lebuonericette


Ma di questo vi parlerò più dettagliatamente domani.



Oggi, per iniziare la settimana in bellezza e salubrità, un piatto sviluppato con ingredienti semplici ma ricchi di sali minerali come lo stracchino, che in 100 g offre oltre il 50% della RDA di due minerali importantissimi come Calcio e Fosforo e la rucola, ricchissima di vitamina C, oltre a possedere importanti qualità diuretiche e depurative.

Lo stracchino è un formaggio antico: se ne documenta il consumo fin dal 1200 e la zona di produzione iniziale era prevalentemente lombarda. Il nome stracchino sembra derivare dal termine dialettale "stracch", stanco, riferito a quel formaggio che veniva prodotto nei momenti di pausa lungo i percorsi di transumanza dalla pianura agli alpeggi e viceversa, con il latte che veniva offerto in modiche quantità da animali molto stanchi, "stracchi" appunto, per il viaggio. Le soste non potevano essere molto lunghe e quindi anche la lavorazione di questo formaggio non poteva essere laboriosa: lo stracchino infatti viene prodotto senza dover scaldare il latte, senza attendere a lungo la coagulazione e la cagliata e soprattutto consumato dopo pochi giorni di maturazione, per goderne al massimo di morbidezza e freschezza. 

Viene considerato erroneamente un formaggio magro ma in realtà 100 g di materia edibile ne contiengono quasi 25 di grasso: ecco perché in questa ricetta non ne sono presenti altri. Inoltre, se utilizziamo una padella antiaderente non avremo sicuramente bisogno di olio per ungerla e preferire la farina integrale a quella raffinata darà un tocco ancora più salubre a questo piatto.


Millefoglie di frittatine integrali con stracchino e rucola
Ingredienti (per 4 persone)
150 g di farina integrale 
150 g di stracchino 
200 g di rucola 
2 uova bio 
150 g di latte, intero o scremato
1 cucchiaio di basilico tritato 
1 cucchiaino scarso di lievito per torte salate
Olio evo
Sale iodato
Pepe nero macinato al momento
Un paio di cucchiai di mandorle a lamelle per la decorazione

Procedimento
Tagliare a julienne 100 g di rucola.
In una ciotola setacciare la farina con il lievito e in un’altra ciotola sbattere le uova con il latte e un cucchiaio di olio.
Versare il composto liquido nella ciotola della farina facendo attenzione a non formare grumi. Completare con il basilico, regolare di sale e profumare con un po’ di pepe nero.
Scaldare una padella antiaderente e cucinare a fuoco dolce delle frittatine di circa 6 cm di diametro, magari aiutandovi con un coppapasta, un paio di minuti per lato. Mettere da parte al caldo.
In una ciotola montare lo stracchino con una frusta o un cucchiaio di legno così da renderlo più morbido, condire la rucola.
Montare il piatto a mo’ di millefoglie: frittatine, stracchino, qualche foglia di rucola e così fino alla fine degli ingredienti.
Servire immediatamente con una spolverata di mandorle a lamelle e con la rucola condita.



Settimana detox: una misticanza di primavera che diventa anche una centrifuga ricca di vitamina C


Come promesso ieri ecco una seconda ricetta che oltre a disintossicare il nostro organismo lo coccola un po', con un mix di ingredienti dolci che attenueranno il ricordo delle gozzoviglie delle settimane passate.

Come si diceva nel post di ieri alla voce insalate spesso vengono inserite specialità come i radicchi, gli spinaci, le erbette anche se, nel senso stretto della parola le vere e proprie insalate sono tre: lattuga, cicoria e indivia.
Un cenno a parte meritano tutte quelle erbette aromatiche, spesso di crescita spontanea, come la rucola o la varianella

Quali sono le loro proprietà? La rucola è un'erbacea annuale della famiglia delle Cruciferae particolarmente apprezzata dagli antichi romani per le sue presunte qualità afrodisiache. Cresceva spontaneamente, infatti, attorno alle statue dedicate al dio Priapo. Evidentemente a loro erano note le proprietà transitive di tale vicinanza mentre a noi sono note altre come quelle digestive e diuretiche. Inoltre è ricchissima di potassio e di vitamina C. 

La varianella, conosciuta anche come songino o gallinella, è molto ricca di sali minerali e clorofilla ed anch'essa, come la rucola, possiede il dono di disintossicare l'organismo e di contrastare la ritenzione idrica, grazie al potassio in esso contenuta.

E le cipolle? Beh, sono ricchissime di tali e tante proprietà che apostrofare qualcuno dicendogli che mangia "pane e cipolle" significa augurargli un pranzo da re. La cipolla infatti era conosciuta dagli antichi gladiatori che si massaggiavano il corpo con questo ortaggio tagliato a metà dopo ogni combattimento, utilizzata appunto come antibiotico e antibatterico. Il succo, unito al miele, è un prezioso espettorante e decongestionante. Ha un potere fluidificante tale da facilitare la circolazione del sangue ed è ricchissima di vitamina C.

Un'insalata brava, bella e buona: provate a mettere il contenuto del piatto in una centrifuga e ne otterrete un succo profumato e corroborante contro i mali di stagione.


50 sfumature di vitamina C

Ingredienti (per quattro persone)
1 manciata di songino
1 manciata di insalatina da campo
1 manciata di radicchi da campo
1 mancita di rucola
1/2 cestino di fragole
1 arancia bio
1 cipolla rossa
qualche mirtillo e qualche seme di zucca
olio di lino
sale in fiocchi
pepe macinato al momento

Procedimento
Lavare e tagliare a "ventaglio" le fragole, lavare ed asciugare i mirtilli, tagliare a vivo l'arancia conservando il succo da utilizzare per la preparazione della vinaigrette, mondare e tagliare a rondelle la cipolla rossa.
In una ciotola unire 1 cucchiaio di olio di lino, il succo dell'arancia, sale e pepe.
Lavare ed asciugare le insalate ed unirle in una ciotola con la cipolla, condire con la vinaigrette.
Dividere l'insalata in 4 piatti o fondine e completarle con le fragole, gli spicchi di arancia, i mirtilli ed i semi di zucca.

Finito Carnevale? Settimana detox (che nelle pasticcerie ci sono già le colombe): si inizia con una bella insalata d'inverno


Si fa presto a dire detox e soprattutto si fa presto a dire "insalata".
E' indubbio che la Quaresima arriva come manna dal cielo (è il caso di dirlo) in quanto la bella stagione sta bussando alle porte, anche del nostro armadio e, tra un brindisi ed un'apricena, siamo seduti a tavola da metà novembre.
Il nostro fegato grida vendetta e prima portare tutti gli abiti ad allargare è meglio metterci un po' d'impegno ed iniziare le pulizie di primavera soprattutto all'interno delle nostre dispense: per un certo periodo, che non a caso tutte le religioni del mondo collocano tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, ci verrà richiesta una cerca morigeratezza dei costumi (altrimenti chi avrà il coraggio di indossarli?), optando per menù più salubri e meno complicati da gestire per il nostro organismo che, per affrontare meglio l'intensità del cambio di stagione, dovrà liberarsi di molte, troppe, tossine accumulate in meno di due mesi.


E quindi ci si tutta nelle "insalatone" ovvero un guazzabuglio gastronomico dove si associano proteine animali e vegetali, animali e animali, senza proteine e tanti sali minerali, molte fibre e un pizzico di olio...insomma spesso più complicate da gestire di una salama da sugo.
Il fatto di pranzare o cenare con un'insalatona non deve divenire il pretesto per assemblare l'inassemblabile, consentendoci di condire le nostre portare cum grano salis, letteralmente.


La proposta di oggi, ovvero un'Insalata d'Inverno, racchiude nei principi un po' amari del pompelmo quell'aiuto a depurarsi del quale il vostro fegato ve ne sarà grato, nell'uva sultanina una riserva di energia che non ci creerà picchi glicemici, nel rosso della melagrana non solo colore ma tanti antiossidanti e nelle mandorle e nei semi di lino gli acidi grassi che tanto fanno bene al nostro organismo.
La parte da leone la fa, ovviamente, il cappuccio, una lattuga dal cespo compatto a volte chiuso ed a volte più aperto e morbido. 
A questo gruppo appartengono anche altre "insalate" dai nomi e dai sapori più disparati: la trocadero, la brasiliana, la letizia, la regina di maggio e la meraviglia delle quattro stagioni, invitante già dal nome.


Quantità e procedimento li trovate qui, nel sito de Le Buone Ricette, mentre per la prossima ricetta detox vi aspetto domani.

Buon appettito :)

Fondente al cioccolato e caffè: una storia d'amore, la sua colonna sonora e la terza ricetta per #SanValentino


La colonna sonora per questa ricetta, e soprattutto per questa storia, non può che essere "Amore" di Ryuichi Sakamoto.

La storia d'amore è quella che ognuno di noi dovrebbe vivere. La seconda, visto che la prima è con la propria Mamma, e si tratta della lettura.

Leggere ci rende più curiosi, più intelligenti, più interessanti e quindi più belli. E in un mondo in cui tutti vorrebbero assomigliarsi essere volutamente diversi in quanto le proprie sinapsi vivono di vita propria non può che essere una meravigliosa storia d'amore. Un atto d'amore verso sè stessi che, a differenze del selfie, non è immortalare il proprio narcisismo ma arricchire il proprio "io", che poi potrebbe divenire "noi".
Ma questo è un altro discorso.


La storia d'amore che vi racconterò, quindi, è quella tra la Biblioteca Internazionale "La Vigna", a Vicenza, e  Forma srl, un'azienda che si occupa di web. Insieme hanno dato vita ad un progetto che amo davvero molto ovvero "Adotta un libro", che prevede l'informatizzazione del patrimonio librario, il più vasto, antico ed importante a livello internazionale su tutto ciò che riguarda la civiltà contadina e la cultura enogastronomica.

Non è un amore di progetto?

Quali libri fino ad ora sono stati adottati? E quali altri libri potrebbero ricevere le medesime amorevoli attenzioni? Nella parte del sito de La Vigna dedicato al progetto ci sono tutte le informazioni in quanto, come diceva Indro Montanelli, "Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente".

 
Uno dei libri adottati fu pubblicato a Firenze nel 1728 e si tratta di "Altro parere intorno alla natura, ed all'uso della cioccolata" disteso in forma di lettera indirizzata all'illustrissimo Conte Armando di Woltsfeitt. 
Il librino è in realtà una lettera aperta, scritta da Francesco Zeti, dipendente di tal Panone, proprietario di una fiorente attività di fornaio. Evidentemente Panone, seguendo la moda che dalle corti europee, e soprattutto a Venezia,. era diventata consuetudine comune, aveva iniziato a servire "Cioccolatteai propri clienti, ovvero una bevanda preparata con il cioccolato in polvere diluito con latte, zuccherata e profumata con spezie "calde" come la cannella e la noce moscata. E sul più bello, con tanto di bolle papali e scritti gesuiti che avevano sottolineato la bontà del cioccolato e la liceità del suo consumo nei giorni di magro, nella tarda primavera del 1728 iniziò a girare in Firenze una lettera, nella quale si denigrava pesantemente il prodotto "cioccolato" e di conseguenza il suo consumo.

L'umilissimo Francesco offre all'Illustrissimo Conte il suo punto di vista, contestando il contenuto della lettera scritta, secondo lui, da "Dilettanti di questa squisita bevanda" inserendo tutta una serie di argomentazioni indicatrici di quanto studio, quanta passione e quanto amore doveva avere Francesco per il suo lavoro e per questo "salubre" ingrediente.
Alla lettera segue una nutrita bibliografia di autori che trattano ed hanno trattato la cioccolata, uno scherzo ditirambico in lode alla cioccolata ed una lode all'albero che produce il cacao, senza il quale non ci sarebbe nulla di cui godere (e disquisire).



E la storia d'amore dov'e? Sotto i vostri occhi: l'amore per il passato e per il futuro, l'amore e la passione  per il proprio lavoro, l'amore per la verità, l'amore per la natura e per quanto essa è in grado di produrre. E l'amore per il voler condividere tutto questo.

Chissà se l'amore contenuto in questo librino riscalda il cuore di coloro i quali si stanno riempendo la bocca della parola "Expo".... 


La terza ed ultima ricetta sviluppata per #lebuonericette chiuderà in bellezza, e in eleganza, il menù di #SanValentino. 

Fondente al cioccolato e caffè

Ingredienti (per due persone)
100 g di cioccolato fondente 54% max 62%
50 g di zucchero
50 g di burro (più quello necessario per imburrare gli stampini)
50 g di farina non forte
5 cl di caffè ristretto
2 uova bio
2 quadrotti di cioccolato fondente (8 g)
1 pizzico di peperoncino o mix di spezie (se desiderato)

Preparazione: 10’, Cottura: 10’, Difficoltà: minima


Procedimento
Accendere il forno a 200° statico.
In una ciotola unire il cioccolato con il burro e scioglierli al microonde (mi raccomando non superate i 350w i potenza ) o a bagnomaria.
In una terrina sbattere le uova con lo zucchero fino a renderle spumose.
Versare la farina setacciata e mescolare nuovamente.
Unire questo composto a quello di cioccolato, mescolare ed unire infine il caffè ristretto (unendo, a questo punto, il peperoncino, se desiderato) mescolando sempre delicatamente con una spatola.
Imburrare 2 coccotte di 6-7 cm diametro o due stampini che possano andare in forno.
Versare il composto a metà delle tazzine, posizionare il quadrotto di cioccolato e ricoprire con il resto del composto.
Cuocere per 10’ nel (forno caldo, sfornare e lasciar riposare 5’ prima di servire il dessert decorando, se si desidera, con un po’ di zucchero a velo o con la scorza grattugiata di un arancio bio o con un rametto di ribes.