Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO
20foodblogger, 20prodotti, una passione: Pomodorino di Torre Guaceto o Cipolla di Acquaviva? ;)

la cucina di qb è anche app

la cucina di qb è anche app
per telefoni Nokia

La Cucina Italiana

La Cucina Italiana
Special Ambassador

Lettori fissi

#laprugnaincompresa nella letteratura e il Borsch di una notte di mezza estate


Eccomi con una nuova storia che ha come protagonista #laprugnaincompresa!
La scorsa settimana vi ho raccontato quanto la prugna fosse amatissima dai Romani, dai Crociati che la fecero conoscere ai Francesi ed infine di come la California divenne la sua patria elettiva.
Eppure nel Regimen Sanitatis Salernitanumo Regola Sanitaria Salernitana, un trattato in versi latini scritti all’interno della Scuola Medica Salernitana nel XII-XIII secolo, la prugna veniva definita un alimento “freddo” e quindi da sconsigliarne il consumo, essendo poco adatta a risvegliare passioni amorose. Per contro, la sapienza antica legata alle erbe officinali, riteneva che la particolare forma delle susine conferisse loro anche doti afrodisiache, tanto che ai giovani sposi veniva regalato un albero così da assicurare un matrimonio felice e fortunato.

Tante le storie, che si perdono nella notte dei tempi, attorno ad un frutto così prezioso, e non stupisce quindi che sia il cinema che la letteratura l’abbiano reso protagonista di film, poesie, fumetti e romanzi.

Il racconto più insolito è sicuramente “Pollo alla prugne”, graphic novel di Marjane Satrapi (Ed. Sperling & Kupfer, 2005), fumettista iraniana divenuta famosa con “Persepolis”, fumetto tradotto poi per il cinema, candidato al premio Oscar nel 2008 e premiato con il Gran premio della giuria al Festival di Cannes. Scrittrice sensibilissima e osteggiata dal regime di Teheran, vive e lavora a Parigi.
Ambientato nell’Iran degli anni ’50 racconta la storia struggente di un musicista iraniano che si lascia morire dopo che la moglie, in uno scatto d’ira, distrugge il suo preziosissimo strumento musicale. Lo struggimento per l’oggetto in realtà è sia il dolore per una storia d’amore mai realizzata, che per il rimpianto del passato e la necessità di trovare un equilibrio precario, in un futuro fumoso e colmo di incognite.
Il fumetto si legge tutto d’un fiato, in un rimando continuo al passato ed a quello che avrebbe potuto essere nella vita del musicista, mentre il pollo alle prugne, il suo piatto preferito perché associato alla bellezza ed alla dolcezza della donna amata, diventa improvvisamente privo di sapore, come la sua vita oramai al termine.

  

Herta Müller, scrittrice tedesca di origini romene, insignita del premio Nobel per la letteratura nel 2009, nel suo criptico “Il Paese delle prugne verdi” (Ed. Keller, 2008) utilizza la metafora mortale della prugna non matura, con un nocciolo ancora tenero e che potrebbe essere ingoiato senza volerlo, per narrare la terribile condizione in cui i giovani romeni erano costretti sotto il regime di Ceauşescu. Un romanzo allucinato, che narra il suicidio di una generazione privata di sogni e speranze, di connivenze obbligate con i servizi segreti, della lotta quotidiana alla sopravvivenza.

Decisamente più leggero ed ironico è il tono del libro “La ballata delle prugne secche” (Castelvecchi Editore, 2006) in cui la scrittrice e blogger Valeria di Napoli, conosciuta con lo pseudonimo di Pulsatilla, si cimenta in un romanzo autobiografico di crescita, ambientato in una Foggia spesso ostaggio delle tradizioni e del passato. Un’adolescente in crisi alle prese con i genitori divorziati, con amici scossi dalle stesse insicurezze ed in dieta perenne, tanto da eleggere a cibo del cuore proprio le prugne secche!

Infine un’opera erotica, per chiudere in bellezza questa breve rassegna dedicata alla prugna nella letteratura, che fu pubblicata in Cina nel XVI sec., provocando grandissimo scalpore. Si tratta del romanzo Chin P’ing Mei (La prugna nel vaso d’oro) considerato uno dei grandi classici della letteratura cinese, primo nello descrivere la sessualità in maniera graficamente esplicita. Racconta le vicissitudine amorose del mercante Hsi-Men Ch’in e del suo numeroso seguito di mogli e concubine, dalla ricchezza fino alla rovinosa caduta. 



La ricetta di questa settimana è ispirata alla gastronomia dell’Est, così ricca di sapere e di sapore.
Si tratta di un Borsch o Boršč, una zuppa invernale di origine ucraina, che prevede l’utilizzo della barbabietola. Ho pensato di trasformarla in un piatto di salute e bellezza utilizzando la prugna come elemento dolce e vellutante e la rapa per il tono di terra. Gli ingredienti vengono cotti brevemente in un vino rosso giovane ma potreste optare per una versione ancora più breve e detox, utilizzando un mixer potente o una centrifuga, quasi fosse un gazpacho.
Il Borsch si serve delicatamente speziato e con panna acida ed è buono sia freddo che tiepido.

R - Come un Borsch: vellutata estiva con prugne e rape        

Portata: primo piatto, vegan
Dosi: per 4-6 persone
Difficoltà: semplice
Preparazione: 20’
Cottura 15’

Ingredienti
200 g di prugne SunSweet
200 g di pomodorini datterini
200 g di rape precotte di Chioggia
100 g di noci pesche
100 g di susine rosse o gialle
1-2 limoni, il succo (a gusto)
1 pezzettino di radice di zenzero (a gusto)
qualche bacca di pepe di Timut
1 stecca di cannella
180 ml di vino rosso giovane, tipo Lambrusco
180 ml di acqua
sale di maldon, un pizzico

Per il servizio: panna acida (anche di soia) e qualche fogliolina di menta o timo limonato

Procedimento
Lavate, mondate e cubettate frutta e verdure (attenzione che le rape colorano le mani!).
Trasferite il tutto in una casseruola con il vino, l’acqua, il succo di limone, le spezie raccolte in una garzina pulita (così da recuperarle più facilmente in un secondo momento) e la radice di zenzero.
Portate ad ebollizione, abbassate il fuoco e cucinate coperto per circa 15’, mescolando di tanto in tanto.
Regolate il gusto con un pizzico di sale.
Togliete dal fuoco, eliminate le spezie, frullate con un mixer ad immersione e successivamente passate il composto al colino, se preferite una texure più vellutata. Raffreddate, o abbattete in positivo, e servite in ciotole individuali decorando con foglie di menta e panna acida.

Bibliografia:
Il libro degli ingredienti, AAVV, Slow Food Editore, 1997
Pollo alla prugne, Marjane Satrapi, Ed. Sperling & Kupfer, 2005
Il paese delle prugne verdi, Herta Müller, Ed. Keller, 2008
La ballata delle prugne secche, Pulsatilla, Castelvecchi Editore, 2006 


STORIE DI PRUGNE E L'INSALATA GOURMET CON VERDURA, FRUTTA, SEMI E FETA



Il frutto amato da Apicio e Petronio
La prugna, conosciuta anche come susina, è una pianta originaria dell’Asia Minore, arrivò in Italia circa 20.000 anni fa e divenne per i Romani fonte di studio ed approfondimento. Apicio, lo chef star del IV secolo d.C., nel Sesto libro della sua opera gastronomica De re Coquinaria inserisce una ricetta di selvaggina con le prugne, una pietanza prelibata e della quale i romani ne erano decisamente ghiotti.
Petronio (I° sec. d.C.) cita la prugna come la golosità per eccellenza servita durante il famoso banchetto di Trimalcione. Del resto i contadini dell’Urbe erano già dei veri esperti nei processi di essiccazione del frutto così da poterla conservare tutto l’inverno.

A spasso con i Crociati
Poteva un frutto che sembrava uscito dal Paradiso terrestre rimanere relegato nelle italiche dispense? Certo che no! Ci pensarono i Crociati, nella spedizione del 1148, a portarla in Francia: la Seconda Crociata si concentrò soprattutto sull’assedio di Damasco e la varietà che allora era più conosciuta si chiamava appunto la Susina di Damasco. Si tratta di una varietà che conquistò tutta Europa e quella più bella e succosa, presente ancor oggi sulle nostre tavole estive, prende il nome di Regina Claudia, in omaggio alla moglie di Francesco I.


Dagli orti dei monasteri a quelli californiani
Con la fine dell’impero romano, le invasioni barbariche e l’abbandono delle campagne che ne seguì vennero meno tutta una serie di buone pratiche in agricoltura e ci vollero i monaci di Clairac, nel loro monastero vicino a Tolosa, per riprendere la coltivazione e, soprattutto, l’essiccazione della prugna. Si concentrarono nella varietà d’Agen, particolarmente preziosa, e scoprirono che il frutto essiccato al sole acquistava un sapore gustoso e poteva essere conservato e mangiato durante tutto l’anno. La diffusione capillare in tutta Europa fu il preludio per lo sbarco nel Nord America dove, nel 1917, un gruppo di agricoltori californiani, proprietari di terreni particolarmente adatti alla coltivazione del frutto, si associò e fondò la California Prune and Apricot Growers Associaton conquistando, con la mitica Sunsweet, fama e prestigio.

Il giro del mondo in 80 susine…
Ma quante specialità esistono? Bisogna dire che come accadde per pesche ed albicocche, frutti che provengono dalla medesima area geografica, le varietà di susine sono numerosissime, risultato di selezioni ed incroci, così da ottenere cultivar rispondenti alle precise richieste di mercato e adatte alla diversa destinazione finale (consumo fresco, industria conserviera, prodotto essiccato). Il Prunus domestica quindi raggruppa tre categorie ognuna delle quali suddivisa in più gruppi.
Susino asiatico-europeo a cui appartengono le cultivar europee che fanno capo alle tipologie Regina Claudia e Lombarde; Susino siriano (Prunus insititia) che comprende i gruppi delle Damaschine ovali e sferiche, Mirabelle e Sangiuliane, i Mirabolani e altre specie selvatiche.
Le susine europee maggiormente coltivate sono le Ersinger, la Stanley (ottima per l’essiccazione), la Blufre (in maturazione tra agosto e settembre), la President e la Empress (in maturazione da fine agosto fino ad ottobre).
Il Susino americano è suddiviso in Susino americano puro (Prunus americana), Nigra (Prugrus Nigra) e Van Buren (Pruns americana mollis).
Il Susino cipo-giapponese è suddiviso in Susino Giapponese puro (Prunus salicina) e Susino cino-giapponese (Prunus simonii) oltre ad altre specie originarie dell’India.


…e in Italia?
Patria della biodiversità in Italia esistono moltissimi ecotipi tradizionali insieme a tantissime cultivar antiche e semispontanee, ancor oggi prodotte e consumate localmente. Tra le più conosciute si ricorda la Rusticana, la San Pietro (una varietà molto precoce), la Regina Claudia, la Mirabella, la Santa Rosa, le Prugne catalane e le Prugne damaschine o zucchette, la Susina Fiascona, la San Giovanni o Asinara (antica varietà ovale, piccola e gialla), la Susina Agostana e la Ramasin o di Roero, piemontese doc.

Tutti in cucina!
Ippocrate nel I° sec. a. Cristo affermo “Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo” e quasi duemila anni dopo Auguste Escoffier, uno dei grandi cuochi della storia della cucina, affermò  che “l'arte culinaria dovesse far rima con semplicità, valorizzando sapore e nutrimento dei cibi.” Con Charles Ritz fu l’artefice della grande hôtellerie francese e per primo diede dignità e valore all’insalata, tanto da averne sempre in menù, servita in sottili porcellane e con preziose posate d’argento.
La ricetta di oggi è ispirata ad entrambi, al loro sapere ed all’arte di trasformare ingredienti semplici in un piatto completo da un punto di vista nutrizionale ovvero un’insalata che non è un guazzabuglio di sapori ma un salubre percorso gustativo che rende omaggio alla personalità della prugna SunSweet, un viaggio tra il morbido e il croccante, tra il sapido e l’aspro e la dolcezza non stucchevole che chiude in bellezza un pranzo leggero estivo.

R - INSALATA GOURMET CON VERDURA, FRUTTA, SEMI E FETA

Dosi per 4 persone
Difficoltà: semplice
Preparazione: 20’
Cottura: 10’

Ingredienti
16 prugne SunSweet
100 g di misticanza
100 g di fagiolini mondati
100 g di feta 
4 albicocche, tagliate a metà
4 pesche, a spicchi sottili
una manciata di champignon, tagliati sottilmente
una manciata di ciliegie e quache frutto di bosco a gusto
una manciata di pomodorini ciliegini
1 o 2 carote: gialle, rosse e arancioni
un po’ di ribes, rosso e giallo
2 cucchiai di gherigli di noci
2 cucchiai di semi vari (zucca, lino, sesamo, nigella)
aceto di mele
olio di lino, di vinacciolo, di semi in generale
sale finissimo
pepe nero macinato al momento

limone verde e fiori eduli per decorare

Procedimento
Cucinate i fagioli a vapore per 8’-10’ a 90° e fate raffreddare. Tagliateli a tocchetti.
Lavate la frutta e la verdura, sgocciolate e sbriciolate la feta (o cubettarla, se si preferisce).
Tagliate a spicchi sottili la pesca, in quarti i pomodorini (privando dei semi e dell’acqua), a metà le albicocche, a rondelle le carote.
Condite la misticanza con una vinagreitte preparata con olio, aceto di mele, sale e pepe.
Dividete l’insalata in piatti individuali, fondina o piano a gusto, e continuate a distribuire tutti gli altri ingredienti. Terminare con i semi, le noci, la feta ed infine le prugne.
Servite con cialde di pane carasau o grissini all’acqua.

Bibliografia:
Il libro degli ingredienti, AAVV, Slow Food Editore, 1997
L'arte culinaria. Manuale di gastronomia classica, Marco Apicio, Bompiani, 2003
Guida alla grande cucina, Auguste Escoffier, Philéas Gilbert, Émile Fetu, Orme Editori, 2012


"Premio della Cucina Veneta": l'edizione zero all’Antica Trattoria Ballotta di Torreglia


Mercoledì 27 giugno, nel ristorante più antico di Torreglia e dintorni, nato nel 1605 come caravanserraglio per coloro che transitavano dalla Repubblica di Venezia ai granducati, che ospitò Goethe e Gabriele D'Annunzio, parte l’evento “Premio della Cucina Veneta”.

A ricevere il premio, assegnato da una giuria composta da membri dell'Accademia Italiana della Cucina, sono: Arrigo Cipriani, titolare dell'arcinoto Harry's Bar, gli amici Stefano Edel e Renato Malaman, giornalista RAI GR Veneto il primo e giornalista e autore di guide enogastronomiche il secondo, Davide Rampello, direttore artistico e curatore di realizzazioni internazionali fra le quali il padiglione Zero dell'Expo 2015.

Non più i premi ai cuochi più rappresentativi delle province del Veneto bensì a comunicatori “de facto” quale “riconoscimento per la preziosa opera divulgativa a favore di un territorio unico e irripetibile”

I piatti serviti durante la cena? Nel dettaglio, per Venezia c’è il baccalà mantecato alla Dogale o il fritto di pesce; per Rovigo, l'impepata di cozze Scardovari o il pasticcio di pesce; per Verona lo gnocco al ragù di crudo di Val Liona o la pearà col lesso estivo; per Vicenza il risotto al Durello e tartufo Berico |Euganeo o il baccalà alla vicentina; per Belluno, la pasta e fagioli di Lamon o l'agnello Alpago ai porcini; per Treviso, il raviolo alla Casatella in fonduta di Ubriaco o il Pan&Porchetta. Infine per Padova, visto la crescente diffusione e passione per le pizze gourmet, le pizze OM con l'Antoniana e le sue birre artigianali.

Per info e prenotazioni: info@ballotta.it, +390495212970

Apre il Mercato della Terra Slow Food a Sommacampagna: appuntamento il 1° luglio con una Disco Soup!


Il 1° luglio 2018, alle ore 10.00, avrà luogo la cerimonia ufficiale, alla presenza dell’Amministrazione Comunale di Sommacampagna e del Vice Presidente di Slow Food Italia, Lorenzo Berlendis, di inaugurazione del Marcato della Terra di Sommacampagna.

L’appuntamento con il Mercato della Terra di Sommacampagna, Slow Food Veneto, verrà poi replicato ogni prima domenica del mese, dalle 9.00 alle 13.00, in Piazza della Repubblica.

ll Mercato della Terra di Sommacampagna, organizzato da Slow Food Garda Veronese con la collaborazione dell'amministrazione comunale di Sommacampagna e l’Associazione dei Produttori del Broccoletto di Custoza, coinvolgerà agricoltori, produttori e artigiani del cibo che animeranno un mercato a filiera corta che si terrà all'aperto, nella bella piazza alberata nel cuore del paese. Gli espositori, provenienti dalla provincia di Verona e le provincie limitrofe, saranno integrati da ospiti di altri territori, di volta in volta, sempre e comunque selezionati in base con gli stessi criteri e alla stagionalità dei loro prodotti.

Ma cos’è il Mercato della Terra di Slow Food? Si tratta di momenti d’incontro riservati esclusivamente ai piccoli agricoltori, produttori e artigiani del cibo, selezionati in base ai tre principi di Slow Food: buono, pulito e giusto. Non si tratta di un mercato qualunque, ma di un luogo speciale in cui sono proprio i produttori locali a vendere i propri prodotti. Un luogo di scambio che difende un'agricoltura basata sulla sostenibilità, salvaguarda la biodiversità, sostiene l'economia locale, crea consapevolezza in chi acquista e punta ad una migliore educazione alimentare dei consumatori. Ad oggi sono 65 i mercati di Slow Food diffusi in tutto il mondo, di cui 36 in Italia.

Domenica 1° luglio sarà l’occasione di partecipare ad altri due eventi organizzati da Slow Food Garda Veronese e l’Associazione Muovimenti di Sommacampagna: per tutto il giorno, a Villa Venier, a due passi dal Mercato, sarà possibile visitare la mostra di tele dipinte a olio raffiguranti frutta e verdura della pittrice Monica Piona, in particolare la sua ultima opera con la quale l'artista ha voluto omaggiare il Broccoletto di Custoza, presidio Slow Food. E infine, alle ore 18.00, si potrà partecipare a una Disco Soup con macedonia di pesche affogate nel Custoza, dove si preparano e mangiano in compagnia e a suon di musica le pesche invendute al mercato: un modo divertente per riflettere sul tema dello spreco alimentare.               
Non mancate! 

NASCE ASPARAGUS, LA PRIMA BIRRA ALL'ASPARAGO BIANCO DI CIMADOLMO IGP


Nasce dalla collaborazione tra Eleven Trade, azienda trevigiana specializzata nella distribuzione di soft drink e spirits,  Maurizio Donadi, un giovane enologo di San Polo di Piave  già noto per la produzione dei  vini naturali di Casa Belfi,  e maestri birrai del Birrificio Trevigiano ASPARAGUS, la prima birra ottenuta con la fermentazione dell'asparago bianco IGP di Cimadolmo.

ASPARAGUS è proprio il risultato di  un’intuizione  di  Maurizio Donadi, che  mette al servizio del progetto,  partito appena tre anni fa come esperimento casalingo,  le proprie conoscenze in tema di fermentazione e lieviti.

Dell’asparago Donadi  utilizza uno scarto di lavorazione,  lo scalz, la parte  più vicina alla radice, e quindi più dura, che nella cucina di una volta veniva utilizzata per preparare i risotti e  che, nel caso della birra ASPARAGUS,  sostituisce il luppolo. 

Con l’aggiunta dell’acqua di risorgiva di San Polo, ulteriormente purificata  utilizzando un brevetto sloveno,  il  risultato è  una birra dal sapore delicato e amarognolo, perfetta per abbinamenti gastronomici anche molto diversi tra loro, dal club sandwich ai piatti più impegnativi e complessi.


Dalla sinergia tra Eleven Trade, Birrificio Trevigiano e Maurizio Donadi nasce infine Asparagus, la prima birra all'asparago bianco IGP di Cimadolmo.

Al momento è in distribuzione una prima partita di ASPARAGUS da 3.000 bottiglie, ma grazie anche alla possibilità di avvalersi della rete di Eleven Trade, che conta oggi più di trenta agenti distributori in tutto il mondo, ASPARAGUS guarda già al mercato globale,  con un occhio di riguardo a quello  asiatico,  in costante ascesa. “Così  che non sarà strano, dicono gli ideatori di ASPARAGUS, trovare un giorno  la nostra birra nei menù dei  migliori ristoranti di Hong Kong”.

30^ Mostra del Tartufo e della Patata Bianca di Pietralunga: save the date!

Eccoci qui a Pietralunga per la 30sima Mostra del Tartufo e della Patata Bianca di Pietralunga: un avvenimento importante, che porta ogni anno migliaia di visitatori in questo paesino di poco più di 2200 abitanti, arrampicato  sulle colline dell’Appennino umbro, che lo avvolgono dando vita ad uno scenario mozzafiato. 
Una piccola ma importante realtà, nella quale il turismo gastronomico incontra e si intreccia con quello religioso, collocata com’è, a circa 600 mt. dal livello del mare, all’interno della complessa  rete di percorsi che costituiscono le Vie di San Francesco e che si affiancano alla cosidetta Via Francigena, ovvero quell’insieme di tracciati che dall’Europa occidentale, ed in particolare dalla Francia, nel Medio Evo  conduceva i pellegrini a Roma per la visita alla tomba dell’Apostolo Pietro, per i cristiani una delle tre mete di pellegrinaggio più importanti con Santiago de Compostela e la Terra Santa.

Il tour ha avuto inizio lo scorso sabato, un'anteprima a quanto accadrà il prossimo fine settimana, sabato 14 e domenica 15 ottobre, con la visita all’azienda Giuliano Tartufi, una delle realtà locali più attive nella preparazione e commercializzazione, ormai in tutto il mondo, del tartufo e dei tantissimi prodotti che dal tartufo derivano o dei quali è il componente caratterizzante. 
Quello che le immagini non raccontano è la storia di Giuliano e di una vita, la sua, nella quale il rapporto con il tartufo è,  in ultima analisi, il rapporto con la terra nella quale è nato e cresciuto e  che il tartufo regala, ma allo stesso tempo nasconde e custodisce gelosamente.  E quella degli amici con i quali, sin  da bambino,  ha condiviso una passione che, da grande,  è diventata lavoro e, quindi, un’attività di successo, per lui e per il suo paese, perché davvero  creare  occasioni di occupazione in queste terre significa contribuire a preservare un’identità non solo culturale, ma anche economica, senza la quale ultima la sopravvivenza dei tanti  piccoli borghi che costituiscono il tessuto reale di molte delle nostre terre più belle diventa una scommessa contro il tempo.



Tra questi amici, abbiamo conosciuto  Stefano Pettinari, detto “Rambo”, cavatore di tartufi (e per ciò stesso custode di segreti sulle zone e sui singoli alberi sotto i quali cercare, o meglio trovare, sempre, un tartufo che resisterebbero a qualche ciclo di torture) e produttore di patate,  bianche ovviamente.

Stefano e le sue amiche Scilla e Vienna, due dolcissime femmine di setter pointer,  magnifiche per portamento,  attaccamento al padrone e “professionalità”, ci hanno regalato una dimostrazione di bravura accompagnandoci attraverso uno dei loro luoghi “segreti” e  condividendo con noi l’emozione del momento della scoperta. In una decina di minuti, infatti,  di tartufi ne abbiamo trovati (loro li hanno trovati, se vogliano essere pignoli)  ben quattro. Tartufi neri, i cd. scorzoni, perché sono convinta che, se si fosse trattato di zona di tartufo bianco, vi ci saremmo potuti andare, alla meno peggio, solo opportunamente bendati e con le mani legate. 
Eh si, perché parliamo, nel caso del tartufo bianco, di un prodotto prezioso come l’oro,  ma che, per usare le parole di  Giuliano, dà molta più soddisfazione dell’oro perché, a differenza di questo, si mangia pure ….. 
Un tesoro, per dirla tutta,  che non sempre la fortuna distribuisce in modo equanime e per il quale, come accade con tutti i tesori, qualcuno talvolta si è spinto ben oltre il limite del lecito, sconfinando nel terreno del noir, come raccontano le  storie di macchine danneggiate, pneumatici tagliati e, ciò che è indubbiamente assai peggio, di  cani dei “concorrenti” avvelenati. Ma questo è un altro discorso, che riguarda soprattutto il passato.

E chi poteva essere il protagonista del  pranzo se non Sua Maestà il tartufo? E quindi, ospiti di Giuliano Tartufi e dell’“Osteria del Podestà”, di proprietà della moglie del Sindaco di Pietralunga,  che, nonostante la carica, non si sottrae all’impegno di, come si dice,  dare una mano in casa, abbiamo potuto apprezzare dal vivo  la bontà di questo prodotto.

E  qui c’è poco da aggiungere: le immagini parlano infatti da sole, con l’unico limite di non trasmettere sapori e  profumi.  Ma quelli  potete provare ad  immaginarli. 

Io li ho registrati sulle papille gustative e all’interno delle narici, come anche il gusto intenso e delicato di una straordinaria crema di nocciole biologiche dell’Azienda Agraria Ranco, prodotta con l’uso esclusivo di nocciole del Molinello, cioccolato, zucchero grezzo di canna,  bacche di vaniglia  e olio evo. 

Domani vi racconterò il Piatto di Pietralunga e di come le abili mani dello chef Riccardo Benvenuti, coadiuvato dagli allievi dell'Università dei Sapori, hanno saputo interpretare le eccellenze gastronomiche di una terra generosa e sfacciatamente bella.

Bio Experience firmata Pam Panorama a #Sana: vi aspettiamo con 9 Bio Workshop e 4 special events



Dall’8 all’11 settembre, Pam Panorama sarà presente al Salone Internazionale del Biologico e del Naturale (Sana) di Bologna, dove presenterà la sua filosofia biologica attraverso i suoi prodotti a marchio Pam Panorama.
L’assortimento biologico disponibile presso tutti i punti vendita dell’azienda è composto sia da prodotti alimentari che da prodotti dedicati alla cura del corpo, con la nuova linea Arkalia Bio e Arkalia Bio Baby.

I prodotti alimentari della linea Bio Pam Panorama provengono da agricoltura biologica e sono simbolo di un’alimentazione genuina, sicura e ricca dei sapori più autentici della terra. Dalla colazione al dopocena, Pam Panorama garantisce prodotti biologici di altissima qualità. L’ampio assortimento soddisfa le esigenze di tutti: prodotti ideali per preparare i pasti tutti i giorni, prodotti pensati per chi adotta una dieta vegetariana e vegana, prodotti in linea con i trend più attuali come la pasta al kamut e le bevande vegetali.
Anche all’interno della linea Semplici & Buoni, dedicata a chi vuole stare attento alla linea senza rinunciare al gusto e anche a chi soffre di intolleranze alimentari, è disponibile una selezione di prodotti biologici, come plumcake integrali, gnocchi e pasta di lenticchie, di piselli e di farro.

Per quattro giorni, presso il Padiglione 26, Stand A83 – B82 saranno organizzati 9 Bio Workshop e 4 special events con ospiti d’eccezione ed i visitatori potranno prendere parte alla Bio Experience firmata Pam Panorama, dove qualità della vita e della spesa vanno di pari passo: il biologico è infatti uno stile di vita, caratterizzato da gesti consapevoli e scelte quotidiane orientate al benessere. Lo stand della fiera sarà animato quindi da un esclusivo palinsesto di eventi: io ed un'altra food blogger condurremo 9 Bio Workshop, durante i quali saranno serviti degli assaggi di prodotti biologici Pam Panorama e si potrà conoscere meglio la linea Arkalia Bio, e 4 special events, che avranno come protagonisti degli ospiti d’eccezione.
Ecco il programma dei Bio Workshop:
  • Bio Workshop Colazione: tutti i giorni dalle 10.00 alle 11.00
  • Bio Workshop Pranzo: venerdì e lunedì dalle 13.00 alle 14.00
  • Bio Workshop Merenda: venerdì, sabato e domenica dalle 16.00 alle 17.00
E infine il programma degli special events:
  • Sabato 9 settembre dalle 12.00 alle 13.00: “Oggi lunch-box: come affrontare il pranzo in ufficio”
  • Sabato 9 settembre dalle 15.00 alle 16.00: “Il rituale della buonanotte”
  • Domenica 10 settembre dalle 12.00 alle 13.00 “1.000 modi di dire veg burger: ricette e consigli”
  • Domenica 10 settembre dalle 15.00 alle 16.00: “I segreti per una pelle luminosa tutto l’anno”

Vi aspettiamo!

Dalla zuppa inglese alla querelle: la vera storia del Tiramisù raccontata da Giampiero Rorato


L’estate porta con sé una serie di classici: i consigli per affrontare il caldo agostano (tra i quali evitare di indossare capi pesanti ed eliminare dai propri menù goulash di montone), i tormentoni musicali (che hanno un’emivita così breve da costringerci a rispolverare per Ferragosto Watussi e Gioca Jouer) e naturalmente le vacanze intelligenti, quasi a voler diluire undici mesi di pirlaggine.

Ma l’estate del 2017 sarà ricordata anche per una singolar tenzone ovvero la paternità del “Tiramisù”, contesa tra due regioni limitrofe, Veneto e Friuli Venezia Giulia, conclusasi con l’attribuzione del PAT (Prodotti agroalimentari tradizionali) del dessert a quest’ultima, proprio pochi giorni fa.

Il caldo si può affrontare serenamente anche grazie al silenzio e al fresco offerti da biblioteche e librerie e, desiderosa di saperne un po’ di più, con lo zaino stracolmo di libri, sono andata a trovare l’amico Giampiero Rorato, giornalista, scrittore e coltissimo enogastronomo.


Buongiorno Giampiero, nel tuo libro “Storie di grandi piatti” in cui racconti leggende e quotidianità di diciassette preparazioni gastronomiche venete, riservi una parte importante al “Tiramisù”, un dessert che in pochi lustri ha conquistato il mondo. Ce ne vuoi raccontare la genesi?

Il fenomeno Tiramisù, vorrai dire! Desidero davvero riassumertelo, anche perché, alle conoscenze attuali, questa è la verità storica.
Il tiramisù è uno dei figli di un dolce nato in Romagna, forse alla corte degli Estensi, a Ferrara, diversi secoli fa, la zuppa inglese, che, con l'arrivo degli austriaci nel Veneto dopo il Congresso di Vienna (1815) ha mutuato alcuni elementi dai dolci viennesi al caffè. Nel trevigiano, in particolare i savoiardi, al posto dell'alchermes sono stati bagnati col caffè, cospargendovi, sopra, della polvere di cacao. Questa è una delle modifiche. 
In Emilia, ad esempio, si ricopriva il dolce di pinoli (da cui, per somiglianza, il nome "Porcospino" ) e dolce analogo lo faceva negli anni '30 del secolo scorso il celebre ristoratore Leone Agnoletti nel suo ristorante di Giavera del Montello (a quel tempo e fin dopo la guerra il più famoso della provincia di Treviso) e lo chiamava anche lui "Porcospino".
Nulla vieta che in altre parti, anche in Carnia, qualcuno facesse un dolce similare oppure che chiamasse "Tirimi-sù" un dolce allo zabaione (proprio perché ricco di calorie). A Tolmezzo il ristoratore che lavorava all'Albergo Ristorante Roma prima di Gianni Cosetti (Cosetti gestì il Roma dal 1970 al 2000) lasciò tra le sue carte un conto nel quale si legge la parola Tiramisù, ma come fosse fatto non si sa
Ho intervistato alcuni vecchi abitanti di Tolmezzo e mi dicono che lì dagli anni '50 si faceva un dolce con l'impiego del mascarpone, ancora non conosciuto a Treviso, poiché un carnico che era stato in Lombardia l'avrebbe conosciuto e lo avrebbe fatto giungere a Tolmezzo. Può essere vero, ma Gianni Cosetti che nel 1995 ha dato alle stampe un suo ponderoso volume intitolato "Vecchia e Nuova Cucina di Carnia" non fa menzione del Tiramisù, né l'accademico e studioso Pietro Adami nelle sue due edizioni del 1985 e del 2009 (arricchita con documenti d'archivio) de "La cucina carnica" (Muzzio Editore), redatte esplorando le valli e i borghi della Carnia, non fa menzione di questo dolce.
Conclusione. nulla vieta che a Tolmezzo in una particolare occasione nel corso degli anni '50 del secolo scorso il cuoco del Roma abbia preparato un dolce chiamandolo Tiramisù, ma in breve tempo la sua memoria era già scomparsa tanto è vero che in Carnia da allora non lo si è più trovato, come attestano Adami e Cosetti.

Quindi Giampiero quanto dichiarato lo scorso 29 luglio in Gazzetta Ufficiale, ovvero l’attribuzione del Pat al Fvg si sofferma semplicemente su delle ipotesi di “nascita” del dessert e tralascia,  volutamente?, la “crescita”.

Infatti il Tiramisù che il mondo ha conosciuto, anche se nel corso del tempo variamente interpretato, è quello realizzato e quotidianamente proposto ai clienti dal ristorante Beccherie di piazzetta Ancillotto a Treviso, fatto conoscere dagli articoli di Giuseppe Maffioli nel 1982.  Il resto è poesia. Come detto, può essere esistito un dessert di questo nome sia a Tolmezzo che a Pieris nel Goriziano, ma non è mai uscito dall’ambito locale e nessuno ne ha mai scritto prima di Maffioli nel 1982.

Sono perplessa Giampiero, alla luce di tali e tanti testimonianze come ha potuto il Veneto farsi “soffiare” il Pat?
Devo tuttavia aggiungere che se la Regione Friuli Venezia Giulia ne ha ottenuto il riconoscimento ministeriale come prodotto tipico proprio, ciò è avvenuto sulla base di poche notizie esistenti, suffragate dal "più grande tiramisù del mondo" realizzato due anni or sono a Gemona del Friuli ed entrato nel Guinness dei primati.
In tutta questa faccenda la Regione del Veneto, titolare per legge dell'indicazione dei prodotti tipici della propria regione, non si è mai veramente interessata di far registrare dal Ministero delle Politiche agricole e forestali questo suo dolce, nonostante il PAT sia stato modificato ben 17 volte. In politica si devono usare le leggi che lo Stato mette a disposizione delle istituzioni locali e dei cittadini, altrimenti è inutile piangere sul latte versato. Sono lacrime di coccodrillo. 


Grazie Giampiero. Non tutti i salmi finiscono in gloria, mi viene da aggiungere. 

Staremo alla finestra del web per assistere l’evolvere degli eventi e nel frattempo un goloso #savethedate: per il prossimo 1^ ottobre 2017 l’Assocuochi di Treviso ha organizzato il “Tiramisuday” che verrà vissuto in tutte le piazze del centro storico della splendida cittadina veneta e il cui programma (qui) si sta arricchendo giorno dopo giorno con la prima gara di Tiramisù fatto in casa dove appassionati non professionisti si sfideranno a colpi di mascarpone e cacao, i laboratori per bimbi (così da abituarli fin da piccoli alla bontà), la sfida delle scuole alberghiere, le degustazioni e i dibattiti, per finire con i cooking show tenuti da cuochi e maestri pasticceri.