Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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Le Castagnole al forno e qualche ricordo dei travestimenti del Carnevale


"Quando la Mamma vuole farmi un regalo mi porta a Venezia e mi racconta una storia. 
A me piacciono quelle della sua infanzia nella città dove non ci sono le automobili quando, con la Nonna Maria, andavano a zonzo a contare i calzini appesi sulle corde della biancheria, come delle buffe vele che si facevano accarezzare dal vento….e dai coriandoli! Si, perché a Venezia di coriandoli se ne trovano sempre tanti, anche quando il Carnevale è finito da un pezzo, incastrati nelle fessure dei vecchi ponti, quasi giocassero a nascondino tra loro.

La Mamma ha sempre amato molto il carnevale e si è sempre travestita in mille modi, anche perché la Nonna apriva i bauli dove erano conservati gli abiti con i quali da giovane andava a teatro o a ballare. E poi era davvero molto brava con l’ago e con il filo e quindi l’aiutava sempre a confezionare i capi di abbigliamento che disegnavano durante i lunghi pomeriggi che trascorrevano insieme, mentre il sole tramontava sui canali. Così era diventata una specie di regista del  gruppo di amici che lavorava da un anno all’altro per individuare il “tema” e poi costruire costumi e scenografie.

Pensate che un anno si sono vestiti da "Artù e i Cavalieri della Tavola rotonda" e la Mamma, che faceva Lancillotto, si fece l’armatura con le conchiglie che aveva cercato, e fatto cercare a chiunque andasse al mare! 

Un anno decisero di vestirsi da “Vecchia Fattoria” e ognuno scelse un animale della celebre filastrocca: la mamma fece invece la mela! Si, aveva costruito una mela in cartapesta grande come tutto il corpo e le braccia mimavano il vermetto sorridente che entrava ed usciva dalla golosa mela rossa. 

L’anno in cui fu più affascinante fu quando decisero di vestirsi da “Chicago anni ‘20” con tanto di Al Capone, la Pupa del Capo i Gangster cattivi e i Poliziotti buoni Il suo vestito era bellissimo: da Charleston, pieno di frange, si era tagliata i capelli tagliati a caschetto addirittura con la frangia ed era avvolta da una pelliccia finta che sembrava quella di un giaguaro.

Poi un anno di vestirono da “Pantera rosa”: il più alto del gruppo portava un mangiacassette dove a tutto volume veniva riprodotta la celebre sinfonia di Henry Mancini e tutti gli altri dietro che camminavano con il celebre saltello della pantera più simpatica dei cartoni.


Ma l’anno che si ricorda più di tutti fu il 1985: quell’anno decisero di organizzare un immaginario gemellaggio con Rio de Janeiro, altra città dove si festeggia il Carnevale alla grande con una piccola differenza ovvero la latitudine, che consente di godere di temperature miti. Decisero di sfidare la sorte ed il gelo di febbraio e confezionarono costumi molto leggeri, arricchiti con rouches, strascichi, brillantini e coloratissimi turbanti pieni di frutta….e il più alto del gruppo era sempre destinato a portare il registratore per consentire a tutto il gruppo di ballare al ritmo della samba! Peccato che quell’inverno fu il più freddo che si ricordasse a memoria d’uomo e venne giù tanta di quella neve che sembrava non finisse mai. Beh, la Mamma ed i suoi amici andarono lo stesso a festeggiare in Piazza San Marco il giovedì grasso e anche il sabato, la domenica e naturalmente il martedì. E dopo due giorni erano tutti a letto con le febbre e la bronchite. Ma da come le brillano gli occhi quando me lo racconta credo proprio si siano divertiti tantissimo!"

Semel in anno licet insanire” predicava anche Sant’Agostino per giustificare che una volta all’anno all’uomo è consentito impazzire, uscire di senno. In realtà per impazzire s’intendeva trasformarsi, indossare una maschera per partecipare, senza essere riconosciuti, a quei riti collettivi che dal Medioevo in poi vennero tutti uniti nel Carnevale. Un periodo anch’esso dedicato ad auspicare fertili raccolti futuri e per questo motivo ricco di cibo goloso e gustoso, tanto poi ci sarebbe stata la lunga Quaresima a sedare gli animi. Ecco allora che i dolci che si gustano e si scambiano in questo breve periodo sono soprattutto fritti, come le frittelle ed i galani. In questa ricetta invece le Castagnole, non troppo dolci, vengono addirittura cotte al forno così da consentire una preparazione più leggera ed abbinamento goloso, magari con composte di frutta o intinte nel cioccolato.

Difficoltà: facile · Cottura: 15 minuti · Preparazione: 10+60 minuti ·

CASTAGNOLE AL FORNO

Ingredienti
260 g di farina 00
50 g di burro
50 g di zucchero
2 uova bio
1 cucchiaio di grappa (per una ottenere una certa croccantezza)
2 cucchiaini di lievito in polvere per dolci
1 pizzico di sale
1 limone bio
q.b. zucchero a velo per guarnire

Preparazione
In una ciotola mescolare la farina setacciata con il lievito, un pizzico di sale, lo zucchero. Unire le uova, il burro morbido, la scorza del limone e il liquore ed impastare fino ad ottenere una pasta liscia e morbida.
Formare un panetto rettangolare, avvolgerlo con della pellicola e lasciarlo riposare in frigo per un’ora. 
Accendere il forno a 200° statico e coprire la teglia con della carta forno. 
Sagomare l’impasto in tanti salsicciotti, dividerlo in pezzi grandi quanto una castagna, dare una forma di pallina ed adagiarle sopra la teglia. Infornare portando il forno a 190° e cucinare per 15’. 
Sfornare, lasciar raffreddare e cospargere di zucchero a velo prima di servirle o intingerle nel cioccolato fuso per renderle ancora più golose.

"Sfumature Mediterranee" ovvero Cannolo di mezzo pacchero con mozzarella di bufala al cardamomo, zucca ai datteri di Al Jufrah e gelato di crema inglese al caffè selvatico della foresta di Harenna per #LSDM Veggy Style

La sfida o, meglio, l'invito ad interpretare in chiave Veggy Style la Mozzarella di Bufala, ricevuto da Le Strade della Mozzarella, ha visto confrontarsi ricette davvero incredibili, che vi suggerisco di andare a gustare con gli occhi, dalle quali si evince approfondimento e contaminazione. E quindi man mano che trascorrevano i giorni le mie interpretazioni, ben tre testate fino al piatto finale, non riuscivano a convincermi, a cogliere la mia attenzione nel racconto della loro storia.
Perché le mie ricette devono partire sempre da una storia.



"La creatività è l'elemento portante del progresso del mondo, non solo in senso tecnologico. Abbiamo bisogno di un Rinascimento nuovo, che deve partire dalla Cultura."
La radio sempre accesa qualche tempo fa mi rimandò, in sintesi, l'intervista che vi riporto sopra. Non ricordo il contesto né il tema ma per giorni queste parole sono entrate ed uscite dalla testa come un loop: la cultura è crescita ed è l'unico investimento che sia a breve che a lungo termine restituirà un futuro più ricco. Ma costa fatica in quanto per poter accogliere il "nuovo", l'altro, bisogna cambiare le chiavi di lettura della propria realtà, spogliarsi di pregiudizi e deliri di onnipotenza. Insomma, bisogna mettersi in discussione.


Provate a pensare alla zucca, un ortaggio originario dell'America meridionale, dove i contadini peruviani la coltivavano fin dal 1200 a.C., giunta in Europa con la scoperta del Nuovo Mondo, e che Greci già conoscevano, visto che alcune varietà di Cucurbitaceae provenivano dall'Asia meridionale e dall'Africa. Non solo, ma la Lagenaria (come quella nella foto) veniva coltivata da Etruschi e Romani, tanto che sia Dioscoride che Plinio la utilizzavano in galenica, considerandola "refrigerio della vita umana, balsamo dei guai".
Ma fu la fiaba scritta da Charles Perrault, che trasforma l'umile ortaggio nella regale carrozza utilizzata da Cenerentola per coronare il suo sogno d'amore, che rese palese il simbolismo a cui è legata la zucca: la ricchezza dei semi interni ricorda la rinascita, la risalita al cielo, una nuova vita. Scavata all'interno, illuminata da una candela e posta sui davanzali delle case ai margini del bosco rappresenta il saluto affettuoso che i vivi danno ai loro morti, in uno scambio continuo tra questi due mondi, dove a chi non c'è più si affida la protezione dei semi che, nascosti nella buia e fertile terra invernale, restituiranno gioia e frutti con i germogli primaverili.
Durante la festa del Rosh Hashanà, il Capodanno ebraico, da tempo immemorabile c'è l'uso di mangiare i "bocconcini", piccoli pezzi di frutta, verdura, carne e pesce preceduti da una benedizione, legata al simbolismo di questi ultimi, e, per quanto riguarda la zucca, l'auspicio recitato è "Sia Tua volontà o Signore, Dio nostro e Dio dei nostri Padri, che venga strappato il cattivo giudizio decretato contro di noi e vengano invocati presso di Te i nostri meriti", dove per "strappare" si intende proprio l'atto di raccogliere la zucca dalla terra. A Venezia, infine, la filastrocca "Suca baruca" rivela l'infinita contaminazione avvenuta nei secoli, esattamente cinque, tra il Ghetto e la Serenissima, dove per baruca si intende "baruch", benedetta, la benedizione recitata a tavola.


Ecco come una ricetta prende forma, quindi. Partendo dal molto lontano e dal molto vicino, dal consueto e non solo e dal desiderio di giocare, rispettandoli profondamente, con gli ingredienti, cercando di leggere in essi tutto quello che nel tempo hanno scritto e lasciandoli parlare ed interagire, armonicamente.

La zucca che coltivavano i contadini peruviani diventa regina in tortelli di "fiadonesca bontà" che il tribunale dell'Inquisizione di Venezia nel 1580 guardava con sospetto, avendo scoperto che "marrani" continuavano a consumare con malcelata avidità questi tortelli dolci "pastelli, ravioli et frittole de zucchero fatte all'hebrea".
Il dattero, altro frutto che ben conoscono nell'Antico Testamento, consumato tra fiumi di latte e miele,  è la dolcezza concentrata in boccone, che ha bisogno di sole intenso e oasi ricche di palme, di ombra e di acqua, come nell'oasi di Al Jufrah, al centro di secolari rotte carovaniere e protette dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità e l'Africa Mediterranea che segue anche un altro progetto, quello del Caffè Selvatico della foresta di Harenna, in Etiopia, luogo che da sempre ha visto crescere le rosse bacche di questa pianta, che amo spasmodicamente! 
Nella grammatica degli ingredienti, e nella cultura araba che vede l'ospite padrone assoluto, il caffè, preparato con riti e strumenti immutati nel corso del tempo, e il dattero ben si sposano con il cardamomo, spezia dalle innumerevoli qualità medicamentose ed afrodisiache, la cui bacca, schiudendosi voluttuosamente, rivela i preziosissimi semi, come nell'intimità femminile.


Tutti questi ingredienti, così morbidi, avevano bisogno di uno scrigno croccante, il mezzo pacchero che diventa cannolo e di una sapidità elegante, quella donata dalla mozzarella di bufala.
Il crumble di cioccolato bianco e il chicco di caffè coperto di cioccolato fondente (e non potevo non usare quelli del venezianissimo Arrigo Cipriani) chiudono il racconto di questa ricetta e degli ingredienti che la compongono, che vedono quindi trasformarsi un piatto di pasta con mozzarella e zucca in un dolce che ha bisogno di sole caldo, di acqua pulita, di terra fertile e tanti sorrisi per trasformarsi in un dessert che si mangia con il cucchiaio e con le mani, ulteriore e finale contaminazione, nella trasformazione di un'elegante crema inglese in un gelato molto mediterraneo,


La confezione di pasta Pastificio dei Campi scelta, i Mezzi Paccheri, riporta delle immagini: Arturo, il pastaio, Nicola e Giusy, i mugnai, e l'acqua di Gragnano, come ringraziamento del loro lavoro che ha consentito di ottenere un prodotto così buono.
Io vorrei ringraziare anche tutti quei volti e quelle mani e quei sorrisi sconosciuti che hanno curato  tutti gli altri ingredienti, consentendomi di conoscerli, utilizzarli, amarli.


"Sfumature Mediterranee" ovvero Cannolo di mezzo pacchero con mozzarella di bufala al cardamomo, zucca ai datteri di Al Jufrah e gelato di crema inglese al caffè selvatico della foresta di Harenna

Ingredienti per quattro persone

Per il cannolo
3 mezzo pacchero per porzione, Pastificio dei Campi
sale di Maldon
olio di semi di vinacciolo per friggere

Per la crema inglese al caffè
500 ml di latte
100 g di tuorlo o 6 tuorli bio
50 g di glucosio
50 g di zucchero semolato
1 tazzina di caffè selvatico della foresta di Harenna, Etiopia
1 cucchiaio di grani di caffè selvatico della foresta di Harenna, Etiopia
1 bacello di vaniglia bourbon o tahiti, a gusto

Per la farcia di mozzarella di bufala e zucca caramellata
200 g di zucca mondata
200 g di mozzarella di bufala Dop 
25 g di datteri presidio Oasi di Al Jufrah
15 g di concentrato di dattero (commercio equo solidale)
4 g di fibra alimentare
4 semi di cardamomo

Per il piatto
Datteri libici freschi
Crumble di cioccolato bianco ottenuto con 50 g di cioccolato bianco
chicchi di caffè ricoperti di cioccolato fondente Cipriani 

Preparazione
Portare a bollore il latte con i semi di caffè, abbattere e lasciare in infusione in frigo per tutta la notte.

Portare a bollore dell'acqua salata, lessare la pasta, seguendo l'indicazione del produttore, 13', scolarla e raffreddarla immediatamente.
Infilare due/tre mezzi paccheri per stampo per cannoli e friggere fino a doratura in olio di vinacciolo già caldo a 180°.
Scolare e far asciugare in carta assorbente.

Filtrare, scaldare ma non portare a bollore il latte, con la bacca di vaniglia, e procedere con la preparazione della crema inglese: in una boule sbattere i tuorli con lo zucchero e il glucosio, unire il caffè espresso, mescolare bene, filtrare con il cinese, trasferire in una casseruola dal fondo pesante e cuocere a fuoco dolcissimo fino a quanto la crema non velerà il cucchiaio di legno, se non avete un termometro, oppure alla temperatura di 80°. Abbattere, metterne da parte 80 ml e mantecare il resto in una gelatiera.

Aprire le bacche di cardamomo e polverizzare al mortaio i semi interni.
Eliminare dai datteri il nocciolo interno e la pellicina esterna, tagliarli a brunoise
Cuocere al vapore la zucca per 10'. Passarla al setaccio e frullarla con i datteri, assaggiare ed aggiungere a gusto il concentrato di dattero.
Frullare la mozzarella di bufala a temperatura ambiente da almeno un paio d'ore, passarla al setaccio ed unire la polvere di cardamomo.
In una boule unire i due composti, far amalgamare bene aggiungendo anche la fibra e trasferire in un sac a poche con la punta a stella.

Far sciogliere il cioccolato bianco nel forno statico a 150° per qualche minuto, facendo attenzione che non diventi troppo scuro, strapazzarlo con i rebbi di una forchetta ottenendo delle piccole palline, abbattere o far raffreddare.
Eliminare da altri 2/3 datteri il nocciolo, filamenti interni e la buccia, tagliare la polpa a brunoise e mettere da parte.

In un piatto rettangolare versare un cucchiaio di crema inglese, posizionare sopra 3 cannoli, con la farcia di mozzarella e zucca, spolverati appena di zucchero a velo e decorati con un chicco di caffè, unire il gelato decorato con qualche cubetto di dattero e servire con il crumble di cioccolato bianco. 


#pastaemozzarellaveggiestyle #lsdm#pastificiodeicampi #lebrigatedellapasta 



"Oca in onto": la settimana della cucina ebraica per il #calendariodelciboitaliano tra il Ghetto di Venezia e la campagna veneta


Il Calendario del Cibo Italiano è arrivato alla fine del primo mese di vita e dopo gli Avanzi, il Maiale e gli Agrumi questa settimana si affronterà la Cucina Ebraica, che mi vede ricoprire il ruolo di Ambasciatrice, e fin da ora vi invito a postare le ricette della vostra famiglia che sanno riscoprire i profumi ed i sapori della contaminazione, visto che in quasi tutte le città italiane era presente un Ghetto il quale, nel corso dei secoli, ha interagito e si è confuso con gli usi ed i costumi del luogo che l'ha accolto, mantenendo comunque forte la propria identità.


Il progetto per il 2016 dell’Associazione Italiana Food Blogger sarà una grande raccolta  su web, e quindi accessibile a tutti, che saprà accompagnare il lettore giorno per giorno, offrendogli le specialità gastronomiche del nostro Paese e raccontandogli le storie dei personaggi che hanno fatto grande nel mondo la sua cultura alimentare, da Apicio alle testimonianze di nonne e zie.
Il percorso gastronomico si svilupperà in 366 Giornate Nazionali e 52 Settimane, ognuna dedicata ad un tema diverso: saranno con noi in questo lungo e goloso viaggio degli Ambasciatori, diversi per ogni Giornata Nazionale e per ogni Settimana a tema, con i loro post e ricette che si potranno leggere sia nei singoli blog che in quello di Aifb. 
Nel post pubblicato oggi in Aifb troverete alcune informazioni sulla cucina ebraica: la Kasherut e l'osservanza delle molte feste a carattere religioso che raccontano di un amore molto forte per la convivialità e la condivisione, dove la tavola assume la valenza di un altare, arricchito quindi con oggetti preziosi e pietanze dalle molte simbologie. Nel mio blog, inoltre, nel corso del tempo sono state pubblicate molte ricette di origine ebraica.

Moltissimi sono i piatti che a Venezia nel corso del tempo hanno caratterizzato questa golosa contaminazione, tanto da non sapere più con certezza dove inizia la cucina veneziana e dove finisce quella ebraica, in uno scambio continuo di ingredienti e spezie, di tecniche e di riti.
Considerato il maiale, ed i suoi derivati, impuro dalla Kasherut diventava imperante trovare un animale dell'aia che potesse essere utile quanto il suino, del quale, come ben si sa, si utilizza tutto. Ecco allora la scelta ricadere nell'oca, una protagonista della corte veneta, dalle grandi dimensioni, abbastanza facile da allevare e dalle molteplici qualità, visto che, come per il maiale, anche dell'oca non si getta nulla, a parte il famoso "fegato grasso" che, grazie ad una ritrovata sensibilità verso questo elegante animale, viene considerato un ingrediente poco etico, visto il modo in cui viene ottenuto, ingozzando il povero animale fino alla morte.


Il fegato d'oca, proprio per la sua capacità di restituire piatti sofisticati, era molto gradito sia dagli antichi greci che dai romani che avevano imparato a conoscere l'oca dagli egizi,  per loro un animale divino: rappresentava infatti Geb, dio della Terra e padre di Iside ed Osiride. La Legge Salica (VIII sec. d. C.) prevedeva la pena di 120 denari per il furto di un’oca e Carlo Magno nel Capitulare de Villis (810 d. C.) imponeva di tenere almeno 100 polli e 30 oche per fattoria. 
L’allevamento dell’oca aumenta di importanza nel tardo Medioevo e nel Rinascimento con l’insediamento di comunità ebraiche nei territori di Venezia, Ferrara, Mantova, dove la liberalità e la tolleranza dei governanti garantiva sicurezza anche dopo gli editti di Ferdinando il Cattolico contro gli ebrei.

Nelle più prosaiche campagne venete si è sempre allevata l'oca bigia e l'oca pezzata grigia e bianca, soppiantate nel tempo dalle grandi Romagnole bianche. Ogni cascinale di campagna ne aveva un gruppetto che razzolava sull’aia pronto ad accogliere in modo agguerrito gli estranei, come ben sapevano i Galli i cui movimenti sospetti sotto le mura capitoline finirono per essere scoperti dalle oche sacre del tempio di Giunone che senza tanti complimenti diedero l'allarme: il console Marco Furio Camillo, con i romani assediati, respinse l'attacco e le oche entrarono nella storia.
L'oca era amatissima anche dai Celti che la consideravano un animale simbolo "dell'aldilà e guida dei pellegrini" e siccome San Martino è anche il santo protettore dei viandanti, oltre che dei fuggitivi e dei pastori, ecco un'altra spiegazione alle molteplici che vedono l'11 novembre come piatto d'eccellenza per la festa del santo. 


Dall'oca si otteneva davvero di tutto, non solo morbide e candide piume, ma anche carne e grasso dalle indubbie qualità nutrizionali e che era possibile conservare per molti mesi, come i salami ed il prosciutto, garantendo così, come con il maiale, una riserva importante di cibo.
Una conserva particolare ottenuta con le carni d'oca è appunto l'oca in onto, diventata nel corso degli ultimi anni anche Presidio Slow Food: Giuseppe Maffioli, un incredibile gastronomo padovano, nei suoi libri di ricette chiama l’oca in onto in due modi: “Oca in pignatto I” quella secondo la classica ricetta trevigiana della conservazione dei pezzi di oca previa cottura; e “Oca in pignatto II” quella che prevede la conservazione delle carni crude previa salatura ed affumicatura.

L'oca in onto era una preparazione curata dalle donne, come la gestione dell'aia in generale, e consentiva di recuperare i tempi di lavoro rarefatti tipici dell'autunno per avere a disposizione nella bella stagione, quando le filande con i bachi da seta, l'orto e i campi richiedevano cure ed impegno che duravano tutta la giornata,  ottima carne rigenerabile facilmente a bagno maria. Un piatto antesignano della carne in scatola, quindi.

La ricetta che vi propongo oggi vi permetterà di preparare facilmente l'oca in onto, senza la salatura e l'affumicatura, che prevedono dei tempi più lunghi di lavorazione, così che in piena primavera, durante il 25 aprile, potrete godere del piatto del Doge, i Risi e Bisi, arricchito con un po' di oca, sostituendola al prosciutto.


OCA IN ONTO

Ingredienti
Un'oca media o alcune parti di essa
il suo grasso
alloro, pepe in grani, bacche di ginepro, rosmarino e salvia
vino bianco secco
sale in fiocchi

Preparazione
In una casseruola dal fondo pesante o in una cocotte rosolate i pezzi di oca fino a farli dorare completamente, sfumate con un po' di vino bianco, unite un bouquet garni di rosmarino e salvia, unite le bacche di ginepro ed il pepe in grani, coprite e continuate la cottura in forno (170°) per almeno 3 ore.
Sfornate, eliminate la spessa pelle, disossate i pezzi d'oca, tagliateli a tocchetti, filtrate il grasso, trasferite la carne in vasetti di vetro sterilizzati, con una o due (attenzione: l'alloro appena colto ha un profumo intensissimo e potrebbe risultare sgradito, usatelo con parsimonia) foglie di alloro. 
Chiudete bene i vasetti e conservare in frigo. E' possibile procedere alla sterilizzazione, coprendo d'acqua e facendo bollire i vasetti per circa 30': la carne così si conserverà (come nelle campagne quanto si usava il "pignatto", un contenitore in terracotta) per alcuni mesi.

Zuppa dolce di frutta (e un po' di verdura) all'acqua di pomodoro con roccia di nocciola e vaniglia per l'Mtc #53. Perché niente è come appare.


Ti sei lavata i denti?
Si, Mamma
Hai indossato l’abitino che piace tanto alla nonna?
Si , Mamma
E hai raccolto gli iris in giardino?
Si , Mamma.
La Mamma distolse lo sguardo dal cestino e dai vasetti in vetro che, come degli scrigni in miniatura, proteggevano i tesori che uscivano quotidianamente dalla sua cucina, per osservare quel batuffolo di figlia che davanti allo specchio si stava accomodando il mantello rosso di feltro leggero.
"Sei la Bambina più brava del mondo!", disse sorridendole con gli occhi, mentre le consegnava il cestino in vimini ricoperto di bianco sangallo.
"Ecco, porta tutto alla Nonna e ricordati di non abbandonare mai il sentiero che costeggia il ruscello. Rischieresti di entrare…"
"…nel bosco e di incontrare il lupo! Lo so, Mamma, stai tranquilla, e poi lo sai che lungo il ruscello ci sono i rovi ricchi di frutti che mi piacciono tanto!” terminò la frase Cappuccetto Rosso, mentre inseriva nel cestino i fiori cerulei dall’inebriante profumo.


A Cappuccetto piaceva tantissimo andare a trovare la Nonna, che aveva deliberatamente scelto di vivere da sola nella casetta quasi ai margini del bosco, per poter godere del silenzio e della pace che nella sua caotica vita spesso erano stati latitanti. 
Diciamo che non li aveva molto cercati, ecco, occupata com’era a bruciare reggiseni, a fondare comunità peace and love, ad organizzare manifestazioni contro tutti gli -ismi del mondo.
Alla fine si era stufata di tutto e di tutti, compresa al cucina macrobiotica e le femministe, ed aveva deciso che il suo tempo lo avrebbe dedicato solo a chi lo avesse meritato veramente.
Come Urion, per esempio, un marcantonio le cui magliette serafino sembrava si stessero strappando da un momento all’altro, tese com’erano sotto la potenza dei suoi muscoli coltivati dal duro lavoro all’aria aperta. Si incontrarono un pomeriggio, per caso, mentre stavano distribuendo aiuti ai senzatetto del paese vicino e scoprirono di avere molte cose in comune. E quelle che non lo erano le fecero diventare tali abbastanza velocemente. All’inizio la Nonna si era un po’ impensierita per la differenza d’età ma la sua titubanza fu ben presto seppellita da tante risate e da qualche notte piacevole.
“Alla faccia della menopausa e della San Vincenzo!” era diventato uno dei suoi mantra, che pronunciava sorridendo e facendo l’occhiolino alla sua amata nipote.
“Cara Cappuccetto Rosso” - le disse un giorno la Nonna - ricordati che la vita è troppo breve e troppo preziosa per perdersi nel logorio della bufale moderne. Sembra che tutti congiurino per farti perdere senno e pazienza. Guarda anche tua madre: è una rompi di prima categoria! Ma come fai a sopportarla?! Tutti quei fiori, e quei merletti, e quella musica melodica!!!”


Già, la Nonna aveva disegnato un quadro inappuntabile ma Cappuccetto non poteva certo riferirlo alla Mamma e quindi se n’era fatta una ragione. Per fortuna c’erano queste passeggiate quasi quotidiane che la portavano lontana da casa giusto quel po’ di ore che le consentivano di disintossicarsi e ricaricarsi nello stesso tempo.
Dal doppio fondo del cestino, costruito appositamente per lei da Urion, che da quando aveva smesso di essere un Cacciatore era diventato un ottimo falegname, fece uscire l’ipod, indossò gli auricolari e cominciò a camminare di buona lena con il sottofondo giusto, quello dei Prodigy (https://www.youtube.com/watch?v=xB_nKpEkILs, riuscendo a dare ogni tanto una sbirciatina al video che era piaciuto tanto anche al Lupo.

STOP!!! STOOOOOOP!!!
MA CHE RAZZA DI CASINO E’ QUESTO?!

Il Regista piombò sul palco come una furia.
MA COSA STATE BLATERANDO?! STIAMO PORTANDO IN SCENA LA FIABA DI CAPPUCCETTO ROSSO O COSA?! MA VI SIETE TUTTI DROGATI?!

Tutti tutti no.” - rispose Cappuccetto Rosso, strapazzando con le mani le bionde trecce finte, “ma vedi, Regista, noi qui ne abbiamo davvero le scatole piene di recitare questa fiaba piena di luoghi comuni, violenta, sessista, omofoba e priva di ritmo. Adesso le nonne chattano e fanno pilates e le mamme non cucinano una torta neppure sotto tortura. Per non parlare dei cacciatori, in piena crisi esistenziale. Credi davvero che saremo mai un esempio?”

VOGLIO UN PERSONAGGIO CHE FACCIA QUELLO CHE DICO IOOOOOOO!! DOV’E’ IL LUPO?!?!?!?!

Il Lupo era accovacciato dietro al rovo, guardingo, come sempre. Cappuccetto Rosso abbassò lo sguardo ed incontrò il suo, i suoi inquietanti occhi verdi a fessura, sempre pronti ad aprirsi, ad entrare in azione.

“Eccomi” - rispose il lupo, con la sua bella voce profonda e senza inflessioni dialettali. “Vede Regista, non posso che sottoscrivere ogni singola parola di Cappuccetto Rosso. Anche per me sta diventando particolarmente difficile, quasi doloroso, interpretare questo ruolo, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti, delle consapevolezze acquisite e delle…

MA-CO-SA-DIA-VO-LO-STAI-BLA-TE-RAN-DO!!!!!!! TU SEI UN LUPO, HAI IL PELO, LA CODA ED I DENTI AGUZZI E FARAI IL LUPOOOOOOO!!!

Sono spiacente Regista.” e mentre il lupo pronunciava queste parole, il suo sguardo, ieratico, fu lasciato vagare sui fondali rappresentanti un bosco di cartone. “Vede, io sono vegano.”



Il Regista, con la bava alla bocca per la rabbia e il copione sventolato fino a quel momento come un’arma, si fermò con il braccio a mezz’aria, come fulminato da una saetta divina. Si accasciò a terra, le spalle incurvate da un peso insostenibile come un macigno, le mani tremanti di impotenza ed iniziò a piangere, scosso da violenti singhiozzi.

La Mamma giunse trafelata porgendogli un caldo decotto di melissa e verbena, gli mise sulle tempie qualche goccia di olio essenziale di lavanda mentre dal forno un goloso profumo di torta di mele solleticava le narici del Lupo.
“Ma non potere trattarlo così, dai!” fece la Mamma rimproverandoli con severa dolcezza - “E anche tu, Nonna, che razza di esempio stai dando a Cappuccetto Rosso!”

Il Cacciatore si avvicinò al Regista, lo aiutò a sedersi senza far fatica, anche perché il Regista non aveva certamente intenzione di porre resistenza, e rivolgendosi a Cappuccetto Rosso con uno dei suoi sguardi caldi ed avvolgenti, la invitò a continuare.

Ecco Regista, non è che non vogliamo recitare la nostra parte. Anzi. Ma vedi, nel corso degli anni tante cose sono cambiate e anche noi non siamo più noi stessi. Non siamo migliori o peggiori, siamo semplicemente diversi e consapevoli delle nostre diversità. E visto che comprendere ciò ci è costata tanta fatica, perché compierne altrettanta per far finta di essere “sani”? Lasciaci raccontare la nostra storia, permettici di vivere la nostra fiaba quotidiana e vedrai che le cose non potranno andare peggio di come stanno andando.”


Ho un’idea!”, esclamò la Nonna, balzando in piedi. “Una figata unica!”
Nonna, non si dice figata,” le rispose Cappuccetto Rosso, anticipando di qualche secondo il sicuro rimbrotto della Mamma.

“Ecco come faremo, andremo in piazza sabato pomeriggio, e poi tutti i pomeriggi che verranno, a raccontare di noi e della nostra famiglia, perché noi ci amiamo e ci rispettiamo e quindi siamo una vera famiglia, e ascolteremo le storie di tutti gli altri ed insieme scriveremo le storie che devono ancora trovare il coraggio di uscire allo scoperto. E voglio proprio conoscere le motivazioni di chi vorrà impedircelo! Non sono arrivata alla quasi, quasi ho detto, fine della mia vita per farmi condizionare dalle ipocrisie degli altri!”

Il Regista tirò su con il naso ed improvvisamente si calmò. “Si - disse con un fil di voce - forse se tutti cambiassero le chiavi di lettura si potrebbe lasciar perdere il copione classico e recitare a soggetto. Basta rispettare i tempi ed i personaggi e potrebbe filare tutto liscio. Si.”

“Posso manifestare qualche perplessità?” domandò pensieroso il Lupo. “La storia ci insegna che l’uomo che ignora e che ha paura è proprio quello che reagisce più violentemente. Potrebbe essere pericoloso.”

“Lupo! Hai finito di gufare?” sbottò la Mamma.

Un silenzio palpabile calò improvviso. Tutti si girarono verso la Mamma.

“Ma che avete da guardare tutti! Ma non penserete davvero che mi diverta a trascorrere tutta la giornata a cucinare ricette dettate da altri solo perché sono rassicuranti. Basta! Anch’io mi sono stufata! Voglio rischiare anch’io! D’ora in poi solo cucina creativa! Lupo, secondo te, ma se metto la banana e le mandorle tritate in un dolce posso eliminare burro e uova?”
Il lupo inforcò gli occhiali, accese l’ipad che portava sempre con sé e digitò www.mtchallenge.it.
Cos’è? fece la Mamma incuriosita.
Un sito di pazzi furiosi” -  rispose il lupo sempre più animato - “ma simpatici e tanto appassionati di cucina, per cui pericolosi non possono essere. Secondo me se scriviamo alla community chiedendo una ricettina per un cake no-latte-no-ovo-no-farina-no-zucchero-no-niente ce la mandano.”

E vissero tutti felici e contenti.


Ne ho preparate tantissime di zuppe, questo mese, e mi sono divertita ad andare in giro per il mondo, collezionando zuppe in scatola.
Ma poi c’erano Cappuccetto Rosso e Wolfine che aspettavano da troppi mesi di raccontare la loro storia, le stesse che raccontavo io a mia figlia, quanto improvvisamente i Tre Porcellini, noti bulli di periferia e che avevano preso di mira un Lupo pacifico, furono arrestati da Zorro.

Ecco la mia ricetta per l'Mtc #53, dove ho raccolto il guanto della sfida lanciato da Vittoria e dalle sue buonissime zuppe, preparando una zuppa di frutta e verdura che diventa un dessert e servito con una “roccia” di nocciola, che in realtà tanto roccia non è. Insomma un bel guazzabuglio, come i personaggi di questo racconto.



ZUPPA DOLCE DI FRUTTA (E VERDURA) ALL'ACQUA DI POMODORO CON ROCCIA DI NOCCIOLE E VANIGLIA

Ingredienti (per 4/6 persone)

Per l’acqua di pomodoro
1,5 kg di pomodori maturi
30 g di fiocchi di sale all’arancio
1 anice stellato

Per il companatico ovvero la spugna di nocciola e vaniglia
25 g di nocciole tonde gentili frullate finemente
25 g di zucchero di canna chiaro
4 g di farina 00
1/4 di bacca di vaniglia
1 uovo bio
la punta di un cucchiaino di lievito per dolci

Per la zuppa
500 ml di acqua di pomodoro
20 g di concentrato di datteri
2 mangosteno
1 pittaia
1 mango
1 ananas via aerea (più piccolo e dolce)
1/2 platano
1 lime
50 g di fave fresche o surgelate sbollentate e private della pellicina
1 costa di sedano
1 carota
mirtilli freschi
qualche lampone
qualche mora
4 datteri freschi, meglio se libici
burro chiarificato
100 g di zucchero di canna
1 bacca di anice stellato
1 bacca di vaniglia
qualche petalo di fiore edulo per la decorazione
qualche foglia di menta per la decorazione
un po’ di granella di torrone allo zafferano per la decorazione

Preparazione
Frullare i pomodori per un paio di minuti fino ad ottenere una bella purea. Rivestire con una mussola un colino metallico, appoggiarlo sopra una ciotola di vetro e lasciar riposare in frigorifero per almeno 6 ore. Nella ciotola inserire anche 1 bacca di anice stellato.

Mondare e tagliare la frutta e la verdura.
In una piccola casseruola preparare uno sciroppo con 1 litro d’acqua, il succo di un lime e 100 g di zucchero muscovado e sbollentare il sedano, la carota, le fave. Mettere da parte.

In una casseruola dal fondo pesante sciogliere una noce di burro chiarificato e rosolare a fuoco dolce il platano, il mango, il mangosteno, l’ananas e verdure sbollentate per 4-5’, unire la pittaia, i datteri per 2’ ed infine, per 1’, i mirtilli. Togliere dal fuoco.

In una tazza (spennellata appena di burro fuso) che può andare al microonde con un frustino sbattere l’uovo con lo zucchero ed i semini di vaniglia, unire la farina setacciata con il lievito, quella di nocciole e cuocere per circa 1’40’ a 850W di potenza. Sformare e tagliare la spugna a fette aiutandosi con un coppapasta e dorarla da entrambi i lati utilizzando una padella antiaderente calda.

Scaldare appena l’acqua di pomodoro, dolcificarla con il concentrato di datteri e versarne un mestolo in una fondina, unire la frutta e la verdura cotta e quella cruda mancante, lamponi e more, e decorare con qualche petalo di fiore edulo, le foglie di menta e la granella di mandorlato. Unire una o due fettina di spugna e servire.